Le “Zone di interesse archeologico” – 2. Il Parco Archeologico

Stavamo di fronte ad un incrocio: prendiamo per Via Archeologia Preventiva oppure ci inoltriamo nel Parco Archeologico? Ho preso il sentiero attraverso il Parco, solo per il momento.

Essendo partiti dai Monumenti Naturali Regionali, abbiamo già valutato la presenza di numerose aree naturali sotto tutela, che per il Codice dei Beni Culturali ricadono nell’articolo 142 (Aree tutelate per legge), quello che incorpora gli elenchi della Legge Galasso.

Con il Parco archeologico, però, dobbiamo stare sul chi vive perché non tutti i Parchi  possono ricadere solo nell’ambito dell’articolo 142. Esiste di fatto un altro articolo del codice, il n. 136 (Immobili ed aree di notevole interesse pubblico), che dichiara alcune aree di “notevole interesse pubblico”:

  1. Sono soggetti alle disposizioni di questo Titolo per il loro notevole interesse pubblico:
    a) le cose immobili che hanno cospicui caratteri di bellezza naturale, singolarità geologica o memoria storica, ivi compresi gli alberi monumentali;
    b) le ville, i giardini e i parchi, non tutelati dalle disposizioni della Parte seconda del presente codice, che si distinguono per la loro non comune bellezza;
    c) i complessi di cose immobili che compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale, inclusi i centri ed i nuclei storici;
    d) le bellezze panoramiche [considerate come quadri] e così pure quei punti di vista o di belvedere, accessibili al pubblico, dai quali si goda lo spettacolo di quelle bellezze.

Parrebbero ripetersi ma non è così. L’articolo 136 riprende paro paro, con l’aggiunta specifica degli alberi monumentali, l’articolo 1 della legge 29 giugno 1939, n. 1497, «Protezione delle bellezze naturali». (G.U. 14 ottobre 1939, n. 241).

Sempre di tutela attraverso leggi stiamo trattando, è ovvio, ma si può constatare che mentre la Legge Galasso 431/1985 sembra focalizzare sulle aree quali restituzioni naturali, ordinate in gruppi morfologicamente distinti, il focus della legge 1497 punta alla visione estetica del patrimonio paesaggistico, inserendo precisi riferimenti a manufatti inseriti nei contesti paesaggistici, oppure alberi ed anche centri storici che richiamano fortemente l’azione dell’uomo o una particolare azione della natura nel creare un composto esteticamente da salvaguardare, di cui l’uomo possa godere.

Quando poi chiarisce: “le ville, i giardini e i parchi, non tutelati dalle disposizioni della Parte seconda del presente codice, che si distinguono per la loro non comune bellezza”, ecco che i parchi in questione risultano un’aggiunta a quelle aree che già la Regione e la Soprintendenza abbiamo visto possono individuare (interesse archeologico).

A questo punto occorrerà accertare l’idea che sulla stessa area possano ricorrere più di una possibilità di tutela. Prima di cadere in preda al panico, è bene leggere l’allegato al D.M. 18.04.2012: “Linee guida per la costituzione e la valorizzazione dei parchi archeologici”. Da una parte il Parco si presenta chiaramente con un intento di tutela e di valorizzazione dell’oggetto archeologico, diciamo così, e quindi del muro, di una terma romana, della strada basolata, visto che nel testo si richiama espressamente l’articolo 136 di cui prima:

«L’art. 2 del Codice, definisce che il Patrimonio culturale è costituito dai beni culturali e dai beni paesaggistici, ed al comma 2 dello stesso articolo si riconoscono quali beni paesaggistici, gli immobili e le aree costituenti espressione dei valori storici, culturali, naturali, morfologici ed estetici del territorio. Tra le aree di notevole interesse pubblico quale bene paesaggistico, l’art. 136 individua le cose immobili che hanno cospicui caratteri di bellezza naturale, singolarità geologica o memoria storica, ivi compresi gli alberi monumentali ad ancora le bellezze panoramiche e i punti di vista di belvedere».

Ne dovrebbe risultare che il Parco Archeologico assume contorni di notevole interesse pubblico. Però si specifica poco oltre: «Considerato che le aree candidate a dare vita a un parco archeologico non possono che essere zone archeologiche e come tali riconducibili, come già si è detto, alla tutela paesaggistica ex lege (art. 142, comma 1, lett. m, del Codice), è auspicabile che il processo, tuttora in corso, di adeguamento al Codice della pianificazione paesaggistica regionale, riservi una particolare attenzione alla disciplina dei parchi archeologici. Per questa via, il piano paesaggistico si candida a divenire lo strumento principe nell’ambito del quale far confluire quelle che qui si indicano come «linee guida delle tutele».».

Questo piano paesaggistico comincia ad assumere l’importanza di una Bibbia. Ci trovavamo su due piani diversi che però all’atto pratico si potevano sovrapporre e che forse in casi che ora non ho presente sarà pure accaduto; a lume di naso, l’art. 136 del Codice Urbani si può invocare in altre situazioni, ma per le aree archeologiche basta e avanza il 142 per renderle potenziali candidate a Parco Archeologico, visto che sono già sottoposte a tutela, allorché dimostrino un adeguato potenziale.

Per far ciò, si deve ricorrere ad un ben preciso piano, un progetto-scientifico culturale, che le linee guida accompagnano nel dettaglio, insieme ad un progetto di tutela e valorizzazione, ed un piano di gestione, molto complesso.

Ho provato ad individuare alcuni parchi che possiedano già questi elementi organizzativi e ne ho trovato uno perfetto di livello statale:

http://www.archeocamuni.it/naquane_informazioni.html

Ne possono esistere pure da regionale a comunale, ad esempio: http://www.villaromanadelcasale.it/

Nel caso dell’Appia Antica o nel caso dei Campi Flegrei, si possono visitare due parchi naturali regionali che da poco devono convivere con due parchi archeologici in via di strutturazione. Dopo l’ennesima rilettura del DM 9 Aprile 2016 n. 198, non solo ho riscontrato la conferma che Parco Regionale dell’Appia e Parco Archeologico sono la stessa cosa sul piano dell’estensione territoriale, ma mi sono convinta che debbo comporre un post con una sintesi degli istituti denominati Parchi autonomi a mo’ di specchietto prima di proseguire oltre.

A presto

L’Universo: “le zone di interesse archeologico” – 1

Punto primo: la legge Galasso non stabilisce che le aree sottoposte a vincolo non possano mai essere edificate, ma che per queste aree vige un regime di permessi molto più severi. Come sintetizza tale sito web: «La norma classifica come bellezze naturali soggette a vincolo tutta una serie di territori individuati in blocco e per categorie morfologiche senza la necessità di alcun ulteriore provvedimento formale da parte della pubblica amministrazione». Se vuoi costruire una baita a 1800 metri, lo sai già che non lo puoi fare se non tramite un sacco di passaggi da un ufficio all’altro, con architetti che ti possono prescrivere tutto il prescrivibile. Questo in teoria (vedi infatti voce “abusivismo”), ma sappiate che, se fosse per me, vieterei proprio tutto per legge perché stiamo per essere travolti dal cemento.

Punto secondo: come abbiamo visto dai documenti allegati ad ogni post, la legge Galasso 431/1985 raccoglieva i provvedimenti precedenti, elenchi e vincoli, e li riordinava in una lista che il codice accoglie e rende definitiva. Il problema che sorge ora riguarda le zone di interesse archeologico: che cosa sono? L’intera Italia è di interesse archeologico, che facciamo, mettiamo il vincolo dalle Alpi alle Piramidi e non ci pensiamo più? Io lo farei pure, ma non è praticabile.

5-la-necropoli-rupestre-di-vasteIl problema, per come sono riuscita a condensarlo, parte dalla definizione di sito archeologico e continua nell’organizzazione di una conoscenza archeologica del territorio che si possa rapportare a quanto precedentemente visto. La zona di interesse archeologico, che non è il singolo sito archeologico visibile ma lo contiene, o potrebbe contenerlo, deve rappresentare un’area tutelabile, quindi circoscrivibile, e con ciò da sottoporre a vincolo. Poiché – come scherzavo prima- l’Italia è interamente archeologica, esiste un lungo numero di vincoli apposti sulla base della legislazione del 1939 (quando sarà, parleremo delle aree di notevole interesse pubblico ex art 136 del Codice, qui un esempio di vincolo; per la procedura attuale ad esempio qui) che la legge Galasso prima e il codice dopo ovviamente recepiscono in pieno, ma esistono altre aree dove l’interesse archeologico deve sostanziarsi attraverso delle tappe.

Le zone archeologiche possono essere tutto (e niente), il che è voluto, perché così è possibile tutelare il territorio nella sua interezza conferendo alla PA la possibilità di intervenire in sede di pianificazione, fermo restando che per tali “zone di interesse archeologico” vada – secondo tappe precise (“provvedimenti ricognitivi”)- messa in atto una procedura che ne avvii la trasformazione in “siti paesaggistici” oltre che  “siti archeologici” tutelabili concretamente, allorchè perimetrabili e vincolabili.

Sono le “presenza archeologiche” che di primo impatto caratterizzano una zona di interesse archeologico, però attenzione, perché come  segnato nel link da Girolamo Sciullo, alla nota 21: «Nei primi tre casi l’elemento di relazione è costituito dal mare, dai laghi, dai fiumi e dai torrenti, nel quarto da “presenze di rilievo archeologico“, senza la necessità dell’avvenuto accertamento dell’interesse archeologico in via amministrativa o legale, cfr. Cons. Stato, VI, n. 951/1990, cit. punto 4, presenze che, in considerazione dell’ampia formula contenuta nella lett. m) è da pensare che possano essere situate anche nel sottosuolo».

Attenzione. Si nota bene che all’articolo 142 del codice non si sta parlando di vincolo archeologico ma di vincolo paesaggistico. Quali siano le differenze si possono leggere in questo sunto:

Cons. di Stato Sez. IV n. 399 del 2 febbraio 2016
Beni Ambientali. Rapporti tra vincolo paesaggistico e vincolo archeologico.
L’apposizione del vincolo paesistico non è in alcun modo subordinata, in base alla vigente normativa, alla preesistenza di un vincolo archeologico. Vincolo paesaggistico e vincolo archeologico sono, infatti, funzionali all’attuazione di un diverso tipo di tutela. Il vincolo archeologico è volto a realizzare la tutela dei beni riconosciuti di interesse archeologico, il vincolo paesistico la tutela del territorio che li conserva. La tutela paesaggistica delle zone di interesse archeologico ha carattere e contenuto diversi rispetto al puntuale vincolo archeologico. Il paesaggio archeologico non va confuso con il sito archeologico. Il paesaggio archeologico, infatti, non si propone di conservare il singolo reperto emergente o sotterraneo, ma di salvaguardare la forma del paesaggio che include il sito archeologico. Infatti, il paesaggio archeologico non si esaurisce nelle sole aree gravate direttamente da vincoli archeologici, estendendosi normalmente al di là della porzione di territorio direttamente interessata dalla presenza di reperti, in quanto include anche le aree circostanti che costituiscono il contesto ambientale in cui le aree si inseriscono connotando il relativo paesaggio. Pertanto, la circostanza che in una specifica porzione di territorio rientrante nella perimetrazione della zona archeologica non siano presenti reperti non determina l’esclusione della tutela paesaggistica della zona di interesse archeologico, posto che tale regime protettivo si estende ad abbracciare anche il contesto ambientale in cui i reperti si collocano e che riguarda reperti collocati in altre prossime porzioni territoriali. Di conseguenza l’accertamento dell’inesistenza di reperti, se vale ad escludere il vincolo ex lege di zona archeologica, non può far venir meno il vincolo autonomamente imposto dalla Regione in sede di adozione del P.T.P.R.

Terra terra: il vincolo archeologico riguarda il singolo muro di una terma romana, il vincolo paesaggistico tutela il paesaggio circostante.

Siccome però, come dicevo in principio, l’Italia è tutta una terra archeologica, già i vincoli archeologici devono essere legati ad una dimensione territoriale (ancora meglio: spaziale), ergo delimitati, affinché siano gestibili. Questo non significa che una volta apposti non possano mai essere ampliati, ma che ad un certo punto della ricerca si deve perimetrare un’area precisa che sia possibile mappare cioè rappresentare cartograficamente e tutelare direttamente. Stessa cosa per i vincoli paesaggistici. Ecco quindi che si rende necessario per le zone di interesse archeologico un procedimento di perimetrazione con chiare competenze amministrative. Per comprendere questo si può assaporare l’articolo a seguire. Il fatto che oggi la tutela del paesaggio è accorpata (in senso di ufficio della Soprintendenza ASAP) alla tutela archeologica dovrebbe semplificare le cose. 

Il vincolo archeologico secondo la legge Galasso, per chiudere, a questo punto che cosa è?

«In particolare, come vincoli ambientali e paesistici si intendono i vincoli posti a tutela dei valori paesaggistici ed ambientali del territorio; già di competenza delle Sovraintendenze ai monumenti, sono oggi di competenza della Regione; si concretano in limitazioni all’uso di una determinata area o di una costruzione per la cui trasformazione è necessario il nullaosta regionale, che ha validità quinquennale (entro tale termine i lavori devono essere completati) e può formarsi per silenzio-assenso (60 giorni) ai sensi della L. 94/1982.

Il vincolo di tutela ambientale può essere apposto mediante specifica procedura, disciplinata dalla L. 1497/1939, in relazione ai singoli beni, oppure in modo oggettivo per “categorie” di beni (la fascia compresa nei 300 m dalla riva del mare, i vulcani, i boschi e le foreste, le montagne al di sopra della quota di 1600 m ecc.) ai sensi della L. 431/1985.

A termini di quest’ultima legge (meglio nota come “legge Galasso”) le Regioni possono individuare i beni e le aree da includere nel piano paesistico o nel piano urbanistico-territoriale.

In ipotesi di abusi edilizi, la normativa appresta una tutela particolare (L. 47/1985).»

(da “Repertorio di Edilizia ed Urbanistica” de “Il Sole 24ore”, ripreso da qui)

Il ruolo della Regione lo si nota qui CAPO III (modalità di tutela delle aree tutelate per legge) art. 41 (protezione aree di interesse archeologico): «Sono qualificate zone di interesse archeologico quelle aree in cui siano presenti resti archeologici o paleontologici anche non emergenti che comunque costituiscano parte integrante del territorio e lo connotino come meritevole di tutela per la propria attitudine alla conservazione del contesto di giacenza del patrimonio archeologico».

Ecco quindi che si pongono in parallelo le zone di interesse archeologico e le aree archeologiche che includono uno o più siti archeologici. Nelle pieghe delle discussioni accademiche su che cosa sia oppure non sia un sito archeologico, altro grosso e connesso problema, si inseriscono i – che Dio li benedica – pareri dell’Ufficio Legislativo del Ministero dei Beni Culturali (documenti del 2011 n. 1 e n. 2), che mostrano esattamente come i due vincoli camminino in parallelo spesso intersecandosi e che ragionano però direttamente sulle “zone di interesse archeologico”. Non è necessario, si diceva, un vincolo archeologico per avere anche il vincolo paesaggistico su un’area, ma se in quell’area investita da indagine sussiste un bene archeologico questo non può essere soffocato nel suo contesto paesaggistico, che pertanto deve essere tutelato. Si intuisce inoltre che la considerazione di “zona di interesse archeologico” aiuta anche la progressiva individuazione, definizione, delimitazione e scoperta di un sito archeologico.

Ecco pertanto che ha senso la caterva di ricognizioni, di carte archeologiche, di sistemi GIS, di carte di vincoli, di etc etc etc che sono proliferate nel corso degli ultimi decenni, perché aiutano sia gli addetti ai lavori, sia i cittadini a battersi (anche per i propri interessi ma talvolta solo per quelli, che non sempre coincidono, come ad Orvieto, oppure a Veio).

Un esempio di sistema on line è quello della Regione Marche, ma sono veramente numerosi, si trovano facilmente. Tali sistemi sono molto utili per far rintracciare immediatamente anche un’area di notevole interesse pubblico che prenderemo in considerazione in seguito.

Con mia somma felicità, si confluisce ad un incrocio, dove divertono due strade parallele e talvolta incrociantesi: quella dell’archeologia preventiva da tempo in uso, quella della creazione dei parchi archeologici. Siccome sono masochista, allego un link al codice degli appalti, art. 25, ma il post è troppo lungo, per cui di archeologia preventiva si scriverà in seguito.

Eccezioni

Difficile dare un titolo interessante a questo post, poiché si tratta di interrompere per un momento il ragionamento e ritornare all’articolo 142 del Codice Urbani. Si ragionava infatti delle aree territoriali protette ope legis, cioè tutte quelle aree che ora per la legge Galasso, ora per l’inclusione in altri elenchi, vengono di fatto inserite nel codice come protette all’interno della pianificazione paesaggistica.

Quindi Parchi, riserve, etc etc che abbiamo illustrato, sono tutte aree ritagliate all’interno delle nostre regioni perché sottoposte a specifiche normative di tutela, che possono avere a che fare con l’archeologia, oppure esserne autonome, ma sempre tutelate sono. Questo va ricordato in linea di principio anche prima di fissarci sul punto m del comma 1 dell’articolo 142 (che menziona le “zone di interesse archeologico”).

Occorre però far mente locale che esistono delle eccezioni: ad esempio, se qualcuno ha costruito una casa sul lago ben prima dell’entrata in vigore della Legge Galasso cioè il 6 Settembre 1985, non è che possiamo abbatterla a cannonate, perché la legge non ha valore retroattivo, quindi anche se la casetta sulle rive del lago è brutta quanto la fame e deturpa l’ambiente – però purtroppo fu eretta previo regolare permesso- ce la dobbiamo  ahimè tenere.

Ne consegue con tale criterio, come recita il comma 2 dell’articolo 142, che:

«2. La disposizione di cui al comma 1, lettere a), b), c), d), e), g), h), l), m), non si applica alle aree che alla data del 6 settembre 1985 (3):
a) erano delimitate negli strumenti urbanistici , ai sensi del decreto ministeriale 2 aprile 1968, n. 1444, come zone territoriali omogenee A e B (4); [1968-D.M. 2 aprile 1968 n. 1444]
b) erano delimitate negli strumenti urbanistici ai sensi del decreto ministeriale 2 aprile 1968, n. 1444, come zone territoriali omogenee diverse dalle zone A e B, limitatamente alle parti di esse ricomprese in piani pluriennali di attuazione, a condizione che le relative previsioni siano state concretamente realizzate (5); [il grassetto è mio]
c) nei comuni sprovvisti di tali strumenti, ricadevano nei centri edificati perimetrati ai sensi dell’articolo 18 della legge 22 ottobre 1971, n. 865».[L_22_10_1971_865]

Per chi volesse capire cosa siano due aree omogenee A e B, si può dare un’occhiata al Piano Regolatore di Roma, in pratica sono zone edificate che come dicevo non si possono abbattere. Io lo farei volentieri su certe schifezze che vedo, ma la legge mi dice che non posso. Peccato.

In pratica occorre andare a verificare per ogni singolo comune quali fossero le indicazioni e prescrizioni contenute in quei famigerati piani urbanistici che citavamo quando iniziammo questa carrellata nel conoscere gli strumenti territoriali di pianificazione e tutela (la “roba da architetti”, per intenderci). Se un comune aveva ricavato un quartiere residenziale sulla spiaggia prima del 1985, purché concluso e operativo prima del 6 Settembre 1985, va considerato acquisito; non si può recedere da tale urbanizzazione, almeno non con motivazioni legate alla redazione del piano paesaggistico in sé, che lo deve recepire. Nulla toglie che, volendo e con altri strumenti aggiuntivi, anche un intero quartiere si potrebbe radere a zero, ma si vedrà in seguito come e perché.

Aggiunge poi il comma 3:
«3. La disposizione del comma 1 non si applica, altresì, ai beni ivi indicati alla lettera c) [ erano «i fiumi, i torrenti, i corsi d’acqua iscritti negli elenchi etc etc»] che la regione abbia ritenuto in tutto o in parte irrilevanti ai fini paesaggistici includendoli in apposito elenco reso pubblico e comunicato al Ministero. Il Ministero, con provvedimento motivato, può confermare la rilevanza paesaggistica dei suddetti beni. Il provvedimento di conferma è sottoposto alle forme di pubblicità previste dall’articolo 140, comma 4. (6)». 2237

In soldoni: se il Fosso delle Tre Fontane a Roma (articolo_fosso-delle-tre-fontane-1) impiccia un progettone, la Regione lo dichiara “irrilevante” ai fini paesaggistici e lo si fa fuori dalla tutela ope legis. Che simpatici!

[E poi ci chiediamo perché ad ogni temporale si allaga la Capitale, ma facitece o’ piacere …]

Allora noi potremmo appellarci a Santo Ministero e vedere se avviene il miracolo della sua reintegra sotto tutela. Evvai!

Il tutto con tanta tanta pubblicità. Pensa che felicità in Regione!

Il comma 4 rimanda all’articolo 157 che si vedrà quando sarà il caso:

«4. Resta in ogni caso ferma la disciplina derivante dagli atti e dai provvedimenti indicati all’articolo 157». Si tratta di elenchi preesistenti che restano operativi, che vedremo poi.

Il ‘Parco dell’Appia Antica’ – 2

Vale quanto scritto in precedenza: il Parco dell’Appia Antica non esiste, ne esistono due che sono il primo regionale, il secondo archeologico, secondo un ordine temporale.

Il Parco Archeologico è recentissima istituzione, l’anno scorso è stato assegnato l’ufficio di Direttore del Parco a Rita Paris; la sede si trova a Roma – Via Appia Antica, 220; la sua confinazione per quanto si è riusciti a ricostruire fino ad ora coincide con quella del Parco Regionale, ma non vorrei dire una stupidaggine, prima o poi saranno più chiari! Al momento disponiamo di questo “Elenco di istituti e luoghi della cultura e altri immobili e/o complessi assegnati”:

– Acquedotti dell’Acqua Marcia, Acqua Claudia e Annio Novus, Roma
– Acquedotto dei Quintilii, Roma
– Antiquarium di Lucrezia Romana, Roma
– Mausoleo di Cecilia Metella, Roma
– Tombe della Via Latina, Roma
– Tratto demaniale della via Appia con annessi monumenti e mausolei, Roma
– Villa dei Quintili, Roma
– Complesso Santa Maria Nova, Roma
– Villa dei Sette Bassi, Roma
– Villa di Capo di Bove , Roma

Cercavo il vecchio Bando per il concorso a Direttore (Bando_direttori_2016) da dove si evincono alcuni interessanti aspetti relativi alla sua gestione. Si tratta di un parco in formazione, per cui è un esperimento interessante da seguire. Il Direttore del Parco Archeologico risulta avere le seguenti funzioni:

«Il direttore è responsabile della gestione del museo o parco archeologico nel suo complesso, nonché dell’attuazione e dello sviluppo del suo progetto culturale e scientifico, e svolge i compiti di cui all’articolo 35, comma 4, del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 29 agosto 2014, n. 171, e di cui al decreto ministeriale 23 gennaio 2016. In particolare, il direttore:

a) programma, indirizza, coordina e monitora tutte le attività di gestione del museo o parco archeologico, ivi inclusa l’organizzazione di mostre ed esposizioni, nonché di studio, valorizzazione, comunicazione e promozione del patrimonio museale;
b) cura il progetto culturale del museo o parco archeologico, facendone un luogo vitale, inclusivo, capace di promuovere lo sviluppo della cultura;
c) ferme restando le competenze del direttore del Polo museale regionale, stabilisce l’importo dei biglietti di ingresso, sentita la Direzione generale Musei e il Polo museale regionale e nel rispetto delle linee guida elaborate dal Direttore generale Musei;
d) stabilisce gli orari di apertura del museo o parco archeologico in modo da assicurare la più ampia fruizione, nel rispetto delle linee guida elaborate dal Direttore generale Musei;
e) assicura elevati standard qualitativi nella gestione e nella comunicazione, nell’innovazione didattica e tecnologica, favorendo la partecipazione attiva degli utenti e garantendo effettive esperienze di conoscenza;
f) assicura la piena collaborazione con la Direzione generale Musei, il segretario regionale, il direttore del Polo museale regionale e le Soprintendenze;
g) assicura una stretta relazione con il territorio, anche nell’ambito delle ricerche in corso e di tutte le altre iniziative, anche al fine di incrementare la collezione museale con nuove acquisizioni, di organizzare mostre temporanee e di promuovere attività di catalogazione, studio, restauro, comunicazione, valorizzazione;
h) autorizza il prestito dei beni culturali delle collezioni di propria competenza per mostre od esposizioni sul territorio nazionale o all’estero, ai sensi dell’articolo 48, comma 1, del Codice, anche nel rispetto degli accordi culturali eventualmente promossi dalla Direzione generale Musei finalizzati all’organizzazione di mostre e esposizioni, sentita, per i prestiti all’estero, anche la Direzione generale Musei;
i) autorizza le attività di studio e di pubblicazione dei materiali esposti e/o conservati presso il museo o parco archeologico;
l) dispone l’affidamento delle attività e dei servizi pubblici di valorizzazione del museo o parco archeologico, ai sensi dell’articolo 115 del Codice e del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 29 agosto 2014, n. 171;
m) coadiuva la Direzione generale Bilancio e la Direzione generale Musei nel favorire l’erogazione di elargizioni liberali da parte dei privati a sostegno della cultura, anche attraverso apposite convenzioni con gli istituti e i luoghi della cultura e gli enti locali; a tal fine, promuove progetti di sensibilizzazione e specifiche campagne di raccolta fondi, anche attraverso le modalità di finanziamento collettivo;
n) svolge attività di ricerca, i cui risultati rende pubblici, anche in via telematica; propone alla Direzione generale Educazione e ricerca iniziative di divulgazione, educazione, formazione e ricerca legate alle collezioni di competenza; collabora altresì alle attività formative coordinate e autorizzate dalla Direttore generale Educazione e ricerca, anche ospitando attività di tirocinio previste da dette attività e programmi formative;
o) svolge le funzioni di stazione appaltante;
p) amministra e controlla i beni in consegna ed esegue sugli stessi anche i relativi interventi conservativi; concede altresì l’uso dei beni culturali dati loro in consegna, ai sensi degli articoli 106 e 107 del Codice.
Il direttore inoltre presiede il Consiglio di amministrazione e il Comitato scientifico del museo o parco archeologico.
I direttori dei parchi archeologici dei Campi Flegrei, dell’Appia antica e di Ostia antica, all’interno delle aree di rispettiva competenza, e il direttore di Villa Adriana e di Villa d’Este all’interno dell’area archeologica di Villa Adriana, esercitano altresì le funzioni spettanti ai Soprintendenti Archeologia, belle arti e paesaggio, di cui all’articolo 4, comma 1, del decreto ministeriale 23 gennaio 2016. Con riguardo a queste ultime, i parchi archeologici dipendono funzionalmente dalla Direzione Archeologia, belle arti e paesaggio.
Il direttore del Parco archeologico dell’Appia antica è altresì responsabile del progetto di valorizzazione dell’intera strada consolare. A tal fine, il direttore coordina tutte le iniziative riguardanti l’Appia antica sul territorio nazionale».

Preso invece dal bando del Direttore del Parco del Colosseo è il seguente passo, che ritengo utile anche per il caso dell’Appia Antica:

«Con riferimento alle attività svolte dal direttore del parco archeologico di cui al comma 1 si applica la disposizione di cui all’articolo 11, comma 2, lettera c), del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 29 agosto 2014, n. 171, secondo la quale il Segretario generale in caso di inerzia, sollecita i titolari degli uffici dirigenziali generali periferici del Ministero e, in caso di perdurante inerzia e di inottemperanza alle proprie prescrizioni specifiche, si sostituisce al responsabile dell’ufficio e adotta tutti gli atti necessari».

Sono aspetti importanti, che riprenderemo immediatamente – segue.

Si veda: http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/visualizza_asset.html_1280164080.html#Ville

Il Parco Nazionale

Si tratta dell’Ente che si conosce meglio, grazie alla frequentazione di aree come il Parco Nazionale del Circeo, quello dell’Abruzzo ora denominato Abruzzo, Lazio e Molise, oppure del Parco dello Stelvio, oppure del Gran Paradiso. Un tempo esisteva anche il Parco della Calabria.

Sono questi i grandi parchi nazionali storici, ai quali sono state aggiunte nel tempo altre vaste aree che rispondono ai requisiti illustrati in un post precedente. Sono numerosi e proprio in virtù della loro anzianità meglio noti, per cui spero che non ci sia bisogno di dilungarsi nella loro descrizione, anche perché possiedono molte pagine on line e molte pubblicazioni dove reperire i decreti che li riguardano.

Ricordo che questa elencazione si riferiva alle aree naturali protette che sono state indicate dal comma 1 punto f dell’art. 142 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, il quale inserisce all’interno della pianificazione paesaggistica in maniera automatica le seguenti categorie di aree territoriali esistenti al momento dell’entrata in vigore del codice stesso:

«1. Sono comunque di interesse paesaggistico e sono sottoposti alle disposizioni di questo Titolo:

[Principale riferimento è la legge Galasso del 08/08/1985, n. 431 legge4311985]
a) i territori costieri compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia, anche per i terreni elevati sul mare;
b) i territori contermini ai laghi compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia, anche per i territori elevati sui laghi;
c) i fiumi, i torrenti, i corsi d’acqua iscritti negli elenchi previsti dal testo unico delle disposizioni di legge sulle acque ed impianti elettrici, approvato con regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775 R.D.N.1775_1933, e le relative sponde o piedi degli argini per una fascia di 150 metri ciascuna;
d) le montagne per la parte eccedente 1.600 metri sul livello del mare per la catena alpina e 1.200 metri sul livello del mare per la catena appenninica e per le isole;
e) i ghiacciai e i circhi glaciali;
f) i parchi e le riserve nazionali o regionali, nonché i territori di protezione esterna dei parchi;
g) i territori coperti da foreste e da boschi, ancorché percorsi o danneggiati dal fuoco, e quelli sottoposti a vincolo di rimboschimento, come definiti dall’articolo 2, commi 2 e 6, del decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 227 Decreto Legislativo 18 maggio 2001 n227;
h) le aree assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici;
i) le zone umide incluse nell’elenco previsto dal decreto del Presidente della Repubblica 13 marzo 1976, n. 448 dpr_13_03_1976_448_ramsar;

[si riferisce alla Convenzione di Ramsar, ratificata dall’Italia e relativa alle zone umide]

l) i vulcani;
m) le zone di interesse archeologico [individuate alla data di entrata in vigore del presente codice]».

CeciliaMetella2-800Dando per scontato che le altre voci si conoscano (tranne forse quella relativa alle università agrarie e usi civici, che ci porterebbe troppo lontano, ergo per ora è bene tralasciare) e visto che non intendo mettermi a descrivere vulcani, una volta associata ad ogni menzione di legge il relativo testo, è giunta l’ora di trattare la voce: “zone di interesse archeologico”, di cui al punto m; per far ciò ritorniamo nuovamente alla nostra beneamata via Appia Antica.

Il ‘Parco dell’Appia Antica’ -1

Il titolo è farlocco: il Parco dell’Appia Antica non esiste.

Esistono il Parco Regionale dell’Appia Antica ed il Parco Archeologico dell’Appia Antica. Il primo avviato da tempo, il secondo ha ricevuto da poco il proprio direttore. Non ho la più vaga idea perciò di come le due istituzioni si adopereranno praticamente per interagire sul territorio, al di là delle indicazioni di legge.

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Ovvio che si parta perciò dal parco più ‘anziano’, quello Naturale Regionale.

La sua estensione è stata determinata nel 1988 ed ampliata nel 2002 con la inclusione di Tor Marancia. Fu solo nel 1997 che la mobilitazione generale produsse i desiderati effetti  finali. Antonio Cederna ne sintetizzò così la storia fino a quell’anno (testo interamente tratto da http://archivio.eddyburg.it/article/articleview/9566/0/277/):

«1881
Rodolfo Lanciani, “ingegnere per gli scavi”, propone al Ministro della Pubblica istruzione l’esproprio dell’area in cui sono compresi il Ninfeo di Egeria e il Bosco Sacro, facenti parte della tenuta della Caffarella dei Torlonia.

1887
Guido Baccelli e Ruggero Bonghi propongono un “giardino parco archeologico” lungo l’Appia da Roma a Brindisi. Il 14 luglio viene approvata la legge n. 4730, proposta dagli stessi Bonghi e Baccelli, che dichiara di pubblica utilità l’isolamento dei monumenti nella zona meridionale di Roma e il loro collegamento per mezzo di passaggi e pubblici giardini”. Il perimetro della zona vincolata comprende 227 ettari di cui 87 già demaniali.

1918
Dopo circa sette anni di lavori, viene consegnata al Comune la Passeggiata Archeologica, un grande parco tra il Circo Massimo e le Terme di Caracalla, chiuso in origine da una cancellata.

1931
Il nuovo Piano regolatore (tra gli autori Marcello Piacentini) definisce l’area dell’Appia “grande parco” e destina a “zona di rispetto” una fascia di territorio compresa tra Via Tuscolana e Ardeatina. Nella pratica il rispetto riguarderà due fasce di inedificabilità di 150 metri paralleli alla via, al di là delle quali possono essere costruiti edifici a due piani.

1932
Mussolini inaugura Via dell’Impero: la realizzazione della strada ha comportato la demolizione di un intero quartiere e lo sbancamento della Velia.

1934
L’Appia viene asfaltata fino al bivio per l’aeroporto di Ciampino.

1936
Con la realizzazione dell’Esposizione universale (Eur), l’Appia diviene un ostacolo ingombrante tra i quartieri ad oriente in sviluppo verso i Colli e il nuovo sviluppo a sud.

1939
Viene presentato il primo di una serie di piani particolareggiati destinati a sconvolgere l’Appia e mai attuati a causa della guerra.

1940
Il Comune espropria il complesso della Tomba di Romolo e del Circo di Massenzio.

1949
Il Piano particolareggiato n. 111 dà il via a un’alluvione di cemento che sommer­ge una vasta area compresa tra l’Appia Nuova, Via dell’Almone e via Appia Pignatelli.

1950
Al quarto chilometro inizia la costruzione della Pia Casa S. Rosa , ospizio per bambini minorati. I tre piani autorizzati dal comune e il quarto abusivo (mai demolito) dell’edificio intaccano il vincolo di rispetto con divieto “di massima” di ogni costruzione, istituito (addirittura) dal piano littorio del ’31. La benefica istituzione apre la strada alla distruzione della regina viarum. Avere una casa sull’Appia Antica diventerà uno status simbol.
L’Appia Antica costituirà un “cuneo verde” tra le espansioni di Roma “verso i colli e verso il mare” (cioé tra i quartieri dell’Appio‑Latino da una parte e la Cristoforo Colombo dall’altra), “una riposante fascia di verde, dalla quale emergeranno, testimonianza perenne di storia e civiltà, i resti dei gloriosi monumenti”: lo afferma una relazione di giunta del 21 ottobre. Contemporaneamente viene inaugurato il tronco di Raccordo Anulare che col­lega l’Aurelia con l’Appia, tagliando in due l’Appia Antica all’altezza del VII miglio.

1952
Marcello Piacentini presenta in un suo libro uno schema di nuovo piano regolatore, che prevede altre 9 strade che attraversano l’Appia e addirittura un “Appia novissima” da costruire a 300 metri dall’Antica.

1953
Nei primi cinque chilometri della via si contano già una settantina di ville, per lo più con regolare licenza. Ne “I Gangster sull’Appia” (8 settembre), Antonio Cederna denuncia il progetto della Società Generale Immobiliare che prevede la costruzione di un quartiere ‘Ai alta classe” tra i ruderi della Villa dei Quintili. In seguito alle proteste il progetto viene bocciato e la Villa dichiarata di “interesse particolarmente importante”. Del 14 dicembre è il generico decreto di “notevole interesse pubblico dell’Appia”: come tutti gli altri che seguiranno, serve soltanto a sottoporre i progetti edilizi al soprintendente, il quale si accontenta di imporre il colore degli intonaci e l’uso delle tegole usate. Dodici giorni dopo il Ministero dei Lavori Pubblici autorizza la costruzione di un quartiere di palazzine subito fuori Porta S. Sebastiano.

1954
In febbraio una lettera di uomini di cultura denuncia la situazione; in marzo una proposta di legge (La Malfa) prevede la demolizione degli edifici costruiti. Il ministro della Pubblica istruzione (Martino) nomina una commissione, presieduta da Umberto Zanotti Bianco, per la stesura di un piano territoriale paesistico. Nei cinque anni della sua faticosa elaborazione, continuano a essere rilasciate licenze e l’Appia diventa un corridoio murato tra proprietà private.

1955
Il 9 ottobre il Papa benedice la prima pietra di uno stadio olimpico da costruire tra Appia e Ardeatina, sulle catacombe di S. Callisto. La sollevazione della stampa manda a monte il progetto.

1956
Una mostra organizzata a Palazzo Venezia dal Ministero della pubblica istruzione progetta la demolizione di alcuni casali, non delle ville abusive.

1957
Il mausoleo di Casal Rotondo viene trasformato in villa panoramica.

1958
Il piano paesistico, pubblicato tra l’esultanza dei proprietari, sancisce l’invasione edilizia della campagna romana: destina a verde pubblico solo una striscia di terra di pochi metri ai lati della strada e prevede la costruzione di 4,8 milioni di metri cubi. Una forte opposizione determina il ritiro del Piano.

1959
Il “piano archeologico” confezionato dall’architetto Moretti per la valle della Caffarella si rivela un basso baratto tra i proprietari (marchese Gerini) e il Comune. Il piano prevede la costruzione di circa 200 edifici nella Valle della Caffarella.

1962
Il nuovo piano regolatore adottato a strettissima maggioranza dal consiglio, comunale destina a Parco pubblico la campagna dell’Appia solo dal quarto chilometro in giù. Per la parte più vicina a Roma sono ammessi insediamenti edilizi per 2,5 milioni di metri cubi. La reazione di Italia Nostra (presidente Tito Staderini) è durissima.

1961
In seguito alle proteste di Italia Nostra, il sindaco ordina la demolizione di una villa abusiva costruita su una torre di cinta del Castello Caetani. La villa non sarà mai demolita.

1965
Il 16 dicembre il ministro dei lavori pubblici Giacomo Mancini approva con modifiche il piano regolatore e destina finalmente a parco pubblico i 2500 ettari della campagna dell’Appia Antica. E’ uno degli eventi più importanti della storia dell’urbanistica romana, ma è anche uno dei più disattesi. Per anni il comune non muove un dito per arginare l’abusivismo dilagante. Le tenute vengono frazionate, i casali sono trasformati in ville. Verso l’Ardcatina sorge addirittura un villaggio abusivo.

1968
Accogliendo il ricorso di alcuni proprietari la quarta sezione del Consiglio di Stato definisce illegittima la destinazione a parco pubblico dell’intera zona dell’Appia Antica. La sentenza non ha effetto perché la “variante generale” al piano regolatore ha già recepito le prescrizioni dei Lavori Pubblici.

1969
Dal ’69 al ’74 si susseguono le proposte di legge (Giolitti e La Malfa, Cifarelli, Giannantoni e Trombadori) per l’esproprio a prezzo agricolo delle aree in base alla legge 865 del ’71.

1972
Il Comune avvia l’esproprio di 86 ettari della Valle della Caffarella.

1973
Al bordo della Caffarella, angolo Via Latina e Via C.Mondaini, viene abbattuto il Borghetto Latino, agglomerato di baracche abusive sorto negli ultimi anni della seconda Guerra Mondiale.

1976
La Regione approva l’esproprio di 86 ettari nella Caffarella.
Si inaugura a Palazzo Braschi la grande mostra organizzata dalla sezione romana di Italia Nostra, dove viene presentato il “Piano per il parco dell’Appia Antica”: è il risultato di più, di due anni di lavoro di un’equipe di specialisti, coordinata da Vittoria Calzolari.

1977
La giunta di sinistra delibera l’esproprio, subito fuori le mura, di altri 110 etta­ri della Caffarella.

1978
Il soprintendente Adriano La Regina lancia l’allarme sulla condizione dei monumenti e il Ministero per i beni culturali nomina una commissione per lo studio delle sculture all’aperto.

1979
La proposta della soprintendenza di un nuovo grande parco archeologico nel centro di Roma viene fatta propria dal sindaco Argan: prevede la graduale rimozione dell’ex via dell’Impero per riportare alla luce le antiche piazze imperiali. Il parco si collegherà con il grande parco dell’Appia Antica.

1980
Il Consiglio di Stato annulla per un cavillo formale gli atti di esproprio della Caffarella e resituisce ai proprietari una settantina di ettari già espropriati. Il comune è costretto a interrompere l’iter espropriativo in atto.
Da febbraio Via dei Fori Imperiali viene chiusa al traffico di domenica.
Un appello di Italia Nostra raccoglie le fin‑ne di 240 studiosi per l’abolizione di Via dei Fori Imperiali. In dicembre hanno inizio i lavori per l’eliminazione di via del Foro Romano: il Foro viene unificato con il Campidoglio.

1984
Viene pubblicato in due volumi il fondamentale studio promosso dalla sezione romana di Italia Nostra per il Piano dell’Appia Antica già oggetto della mostra a Palazzo Braschi del 1976.

1985
Il tempestivo intervento della Soprintendenza archeologica consente l’acquisizione di ventidue ettari tra Appia Antica e Appia Nuova, attorno ai ruderi della Villa dei Quintili.

1987
Il primo febbraio viene presentata una proposta di legge regionale da parte del PCI per la costituzione del Parco.
Legambiente costituisce il Comitato del Parco degli Acquedotti.

1988
Mentre il Comune riapre il cantiere di scavo del Foro di Nerva, il 10 novembre la Regione Lazio approva la legge n.66 “Istituzione del Parco regionale dell’Appia Antica”. La legge prevede la costituzione “entro un anno” dell’a­zienda ccnsorziale, ovvero l’ente che deve realizzare e gestire il Parco pubbli­co dell’Appia Antica. 1 tempi tuttavia non vengono rispettati e l’Azienda non verrà mai messa nella condizione di operare: il consiglio di amministrazione è nominato solo nel ’93, la sede viene fornita nel ’95, e i soldi verranno stanziati alla fine dello stesso anno.

1989
Il 26 aprile i deputati Cederna e Bassanini presentano una proposta di legge relativa ad interventi per la riqualificazione di Roma. La proposta indica come di interesse nazionale la realizzazione del “Parco archeologico dell’area cen­trale, dei Fori e dell’Appia Antica”. Per quanto riguarda l’acquisizione dei beni immobili, la proposta prevede l’applicazione del titolo Il della legge 865, determinando, in generale, l’indennità di esproprio dei terreni di base al loro valore agricolo o a quello che deriva loro dalle utilizzazioni lecite cui vengono adibiti.

1990
Il Parco dell’Appia Antica viene inserito nella legge di Roma Capitale (396/90).
Legambiente presenta un libro bianco sull’abusivismo nell’Appia.

1991
“Parco dell’Appia: chi l’ha visto?”: Legambiente e Italia Nostra denunciano i ritardi nell’applicazione della Legge regionale.
Ha inizio il “restauro conservativo” di un vecchio casale agricolo nei pressi di Cecilia Metella: malgrado le denunce dei vigili urbani, nel ’93 la villa viene “condonata”.

1992
Il programma di intervento per Roma Capitale stanzia 26 miliardi per “utiliz­zazione e esproprio della Valle della Caffarella, e 3 miliardi per studi, proget­tazione e avvio del parco dell’Appia Antica e dell’area centrale e dei Fori”.

1993
Antonio Cedema viene nominato presidente dell’Azienda consortile del parco dell’Appia Antica: malgrado ripetute richieste e numerosi articoli di denuncia, il consorzio rimane senza una sede agibile e senza fondi fino alla fine del 1995. Un convegno internazionale organizzato da Legambiente e dall’Ufficio italiano del Parlamento Europeo, col patrocinio dell’Unesco, chiede la tutela sovranazionale e la legislazione nazionale dell’Appia Antica.
Grazie all’impegno di Gianfranco Amendola, l’appello viene sottoscritto da 166 deputati al parlamento europeo.
L’attività dell’Azienda è paralizzata dalla difficoltà di raggiungere il numero legale, anche a causa della mancata sostituzione da parte della Regione di alcuni consiglieri dimissionari.

1996
Con i primi fondi disponibili, l’Azienda consortile incarica Italo Insolera di redigere gli studi preliminari al piano di assetto del Parco: gli studi vengono consegnati entro la fine dell’anno.
Una conferenza stampa di Italia Nostra e Legambiente, con la partecipazione della Soprintendenza e dei sindacati, denuncia il bilancio fallimentare dell’Azienda e chiede una legge nazionale per l’Appia.
Il 27 agosto muore Antonio Cedema. Ha scritto oltre centoquaranta articoli sulla vicenda dell’Appia.

1997
9 marzo 1997: circa centomila romani festeggiano la prima domenica a piedi sull’Appia.
Proprio l’assessore Regionale all’ambiente Hermanin commissaria l’Azienda consorziale del Parco denunciando “le gravi difficoltà di gestione in cui versa da lungo tempo”. Tutti i problemi del parco dell’Appia rimangono a tutt’oggi senza risposte».

La presentazione del Parco si trova sul sito web istituzionale:

http://www.parcoappiaantica.it/

Parco 04

I Parchi

Dal 1977 esiste con sicurezza una differenza tra Parchi Regionali e Parchi Nazionali. il decreto D.P.R. 616/77 (allegato) agli articoli 81, 82 e 83 affronta la tematica della natura e della sua protezione, delegata alle regioni attraverso alcune funzioni:

«Art. 83.
Interventi per la protezione della natura.
Sono trasferite alle regioni le funzioni amministrative concernenti gli interventi per la protezione della natura, le riserve ed i parchi naturali.
Per quanto riguarda i parchi nazionali e le riserve naturali dello Stato esistenti, la disciplina generale relativa e la ripartizione dei compiti fra Stato, regioni e comunità montane, ferma restando l’unitarietà dei parchi e riserve, saranno definite con legge della Repubblica entro il 31 dicembre 1979.
Sino all’entrata in vigore della legge di cui al comma precedente, gli organi di amministrazione dei parchi nazionali esistenti sono integrati da tre esperti per ciascuna regione territorialmente interessata, assicurando la rappresentanza dell a minoranza.
Resta ferma, nell’ambito delle funzioni di indirizzo e di coordinamento, la potestà per il Governo di individuare i nuovi territori nei quali istituire riserve naturali e parchi di carattere interregionale.
È fatto salvo quanto stabilito dall’art. 3 del decreto del Presidente della Repubblica 22 marzo 1974, n. 279, relativamente al Parco nazionale dello Stelvio».

Decreto-del-Presidente-della-Repubblica-24.07.77-n.616

Sorvolo sulla data del 1979 che si legge nell’articolo, in quanto per problemi vari la legge ebbe un cammino difficile che si può leggere qui,  Di fatto, pur apprestando delle deleghe alla Regione, anche lo Stato mantenne la possibilità di istituire dei Parchi, aspetto per il quale si varò la legge 6 dicembre 1991, n. 394, Legge quadro sulle aree protette, che trovate qui Legge_quadro_2012_394. Con mia somma gioia, riporta in primo luogo la tipologia delle aree protette;

«Classificazione delle aree naturali protette.
1. I parchi nazionali sono costituiti da aree terrestri, fluviali, lacuali o marine che contengono uno o più ecosistemi intatti o anche parzialmente alterati da interventi antropici, una o più formazioni fisiche, geologiche, geomorfologiche, biologiche, di rilievo internazionale o nazionale per valori naturalistici, scientifici, estetici, culturali, educativi e ricreativi tali da richiedere l’intervento dello Stato ai fini della loro conservazione per le generazioni presenti e future.
2. I parchi naturali regionali sono costituiti da aree terrestri, fluviali, lacuali ed eventualmente da tratti di mare prospicienti la costa, di valore naturalistico e ambientale, che costituiscono, nell’ambito di una o più regioni limitrofe, un sistema omogeneo individuato dagli assetti naturali dei luoghi, dai valori paesaggistici ed artistici e dalle tradizioni culturali delle popolazioni locali.
3. Le riserve naturali sono costituite da aree terrestri, fluviali, lacuali o marine che contengono una o più specie naturalisticamente rilevanti della flora e della fauna, ovvero presentino uno o più ecosistemi importanti per le diversità biologiche o per la conservazione delle risorse genetiche. Le riserve naturali possono essere statali o regionali in base alla rilevanza degli interessi in esse rappresentati».
Sul punto 4 («Con riferimento all’ambiente marino, si distinguono le aree protette come definite ai sensi del protocollo di Ginevra relativo alle aree del Mediterraneo particolarmente protette di cui alla L. 5 marzo 1985, n. 127(5), e quelle definite ai sensi della L. 31 dicembre 1982, n. 979») farei finta di nulla, al momento.
A seguire sono state emanate una serie di leggi per le istituzioni dei parchi, con le differenze sopra elencate. Uno si potrebbe chiedere: ma che cosa c’entra tutto ciò con la storia e l’archeologia? Immediatamente posso rispondervi che vi ricordo che si stava riflettendo su piano paesaggistico, paesistico, urbanistico, etc etc, e poi in seconda battuta  vi annunzio uno dei miei problemi:

Il Parco Regionale dell’Appia antica ….

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