I Villaggi nel Lazio

Recensione: De Francesco Daniela: Ricerche sui villaggi nel Lazio dall’età imperiale alla tarda antichità. Roma: Edizioni Quasar, 248 pages, F.to 21×29,7 cm; 163 B/N pictures; in Italian, ISBN 978-88-7140-564-3, prezzo 52.00 EUR


La monografia di Daniela De Francesco prende in esame il cosiddetto insediamento paganico-vicano, probabilmente fra i temi più complessi degli studi topografici: questo in virtù del metodo tuttora in divenire che occorre impiegare per riconoscerne interamente i contorni (status, impianto, funzione, etc). La scelta degli esempi da considerare è pertanto ricaduta su quei siti che potessero restituire un numero adeguato di dati archeologici intesi come rivenimenti di strutture e materiali.
Il volume è schematicamente riassumibile vista di conseguenza la sua caratteristica organizzazione in schede. Preceduto da una corta premessa (pp. 1-2) ma soprattutto dall’introduzione (pp. 3-10), il testo si articola in quattro capitoli, tra i quali il finale raccoglie le conclusioni della ricerca svolta (pp. 181-200), seguito da bibliografia (pp. 201-227), elenco delle illustrazioni (pp. 229-232), indice dei nomi (pp. 233-235) e indice dei luoghi (pp. 237-242), infine sommario (pp. 243-244). L’introduzione affronta tre punti chiave in maniera sintetica, delineando sul piano organizzativo nonchè giuridico: la natura dei vici e pagi; la struttura e peculiarità del vicus mediante la lettura delle fonti documentarie; infine il sistema amministrativo dei vici in particolare sulla base dei testi epigrafici raccolti.
Assodato che già il processo di definizione del significato dei termini impiegati trascina con sé notevoli problemi a margine, il vicus viene sostanzialmente connesso ad una realtà di piccolo nucleo insediativo (“un insediamento rurale minore, diverso da quello costituito da ville e fattorie, caratterizzato da un agglomerato più o meno compatto simile ad un piccolo centro urbano, ma privo di tale status giuridico”, p. 1), mentre il pagus ingloba al suo interno vari elementi, ad esempio villae, fundi, praedia, i vici stessi ed altro, tendendo a rappresentare una circoscrizione rurale con un’estenzione territoriale definita (p. 3).
Il villaggio o vicus ha pertanto la possibilità di essere più facilmente riconosciuto sul terreno nelle sue strutture e resti materiali (occorre sottolineare: allorchè abbia avuto forme spiccatamente monumentali), anche se la storia degli studi in tal senso è effettivamente carente. L’autrice ha inteso ovviare in parte a tale mancanza, peraltro diffusa nel contesto dell’archeologia italiana, relativamente alla regione laziale, concentrandosi sui territori circostanti Roma, suddivisa in:
– territorio settentrionale, con gli insediamenti posti lungo la Via Aurelia (Lorium, presso Statua); la via Cassia e la via Clodia, presso la Storta; ad Baccanas; a Mola di Monte Gelato; Vicus Matrini; le Masse di San Sisto; a Ischia di Castro; ad Rubras; ad Vicesimum; presso Rignano Flaminio; Aquaviva;
– Sabina e territorio tiburtino-prenestino: Vicus Novus o ad Novas; a Castel di Tora; vicus Aquae Cutiliae; Interocrium; vicus Falacrinae; a Torrita di Amatrice; al km 14 della via Nomentana; al km 14 – 14,900 della Via Tiburtina; Varia; a Ponte di Nona;
– territorio meridionale e costiero: al X – XV miglio della via Labicana; a Torre di Mezzavia di Frascati; al VII miglio della Via Latina; vicus Angusculanus; ad bivium tra le vie Labicana e Latina; vicus Sulpicius; ad Sponsas; Le Castella; Tres Tabernae; Vicus Augustanus Laurentium; vicus Alexandri.
Il corpo del volume si fonda sull’esame sistematico delle fonti epigrafiche e sullo spoglio dei resoconti di indagini archeologiche e di attività di ricognizione condotte nei territori in esame. In 33 estese schede complessive sono descritti in maniera adeguatamente approfondita i resti archeologici rinvenuti, illustrando le connessioni tra i vari elementi che hanno consentito di proporre il loro riconoscimento in aggregati rurali. Sono una serie di insediamenti rurali più complessi e variamente localizzati in ambito laziale – non semplici ville, fattorie o stazioni viarie – in tal modo interpretabili sia per qualità dei reperti sia per densità di strutture.
Sono illustrati anche esempi noti e punti di riferimento da decenni, tra i quali il vicus della Mola di Monte Gelato, pubblicato dal gruppo di ricerca inglese, l’insediamento di Ischia di Castro oppure la mansio ad Baccanas, scavati ad opera del gruppo di ricerca di Gianfranco Gazzetti, o la statio ad bivium tra le vie Labicana e Latina, presso la catacomba di S. Ilario, studiata da Vincenzo Fiocchi Nicolai.
L’ambito cronologico prescelto comprende i siti attestati nella piena età imperiale, ponendo l’accento su quei complessi insediativi che hanno offerto sviluppi, anche fino alla tarda antichità ed altomedioevo. É dichiaratamente ed evidentemente una campionatura effettuata sulla base delle possibilità offerte dalla ricerca bibliografica. Una rapida esposizione delle problematiche affrontate dal testo costringe di fatto a considerare per primo il capitolo conclusivo, il quale al termine della lunga parte descrittiva raccoglie la serie dei problemi riscontrati o, meglio, la natura archeologica degli elementi più comuni da tener presente al momento dello studio e del riconoscimento di un insediamento rurale.
Per caratteristiche e modalità insediative, pur nella loro varietà, essi condividono la presenza di un percorso stradale o di un bivio, un punto polarizzante degli interessi locali. Anche la presenza di un corso d’acqua risulta di certo basilare e, non da ultimo, le sorgenti considerate salutari. Aree templari, santuari e postazioni di culto rafforzano l’elenco dei fattori aggregativi. A corredo dell’insediamento sono poi da considerare le infrastrutture e le costruzioni di servizio alle abitazioni: cisterne, acquedotti, pozzi, fontane ed impianti termali. Edifici di carattere pubblico ed impianti produttivi hanno rivelato la loro importanza nello sviluppo del sito. La definizione planimetrica è quanto mai varia, pertanto risulta prematuro ricercare una differenziazione tipologica precisa. L’inserimento nel loro ambito di luoghi di culto cristiani garantì una relativa continuità di vita, potenziati da postazioni martiriali ed aree cimiteriali. Le note di chiusura riguardano i rapporti tra le ville, i vici e le grandi proprietà fondiarie, in alcuni casi cedute da Costantino alla chiesa, nel cui perimetro a volte ricadevano tali aggregati abitativi e che si evidenziano diffuse nell’agro circostante Roma.
I problemi, ancora dibattuti, come la comparsa di sedi vescovili in alcuni degli insediamenti, sono doverosamente accennati ma non sono il focus della ricerca. Il volume si propone esplicitamente come una sintesi delle indagini archeologiche sui villaggi romani imperiali fatti prevalentemente oggetto di scavi sistematici, anche se per la maggior parte dei casi studio non estensivi, il che di conseguenza lascia poco spazio a critiche: nei termini in cui si pone sin dalla premessa, corrisponde esattamente alle aspettative proponendo dei casi studio interessanti e sviluppando la schedatura in maniera esaustiva e chiara.
Premettendo che il volume risulta estremamente utile e scorrevole, per l’efficace ordine di presentazione dei materiali, e pertanto assolutamente consigliabile in quanto a lettura, prevale su tutto, come annunciato in premessa, l’aspetto archeologico.
Manca una sensibilità topografica – o anche solo geografica – più ampia, come rivela la banale osservazione dell’assenza di una cartina generale del Lazio con i siti in esame (senza doverla lasciar comporre al lettore) e che pure sarebbe stata un aiuto per capire la dispersione dei casi studio e far risaltare i contatti tra i villaggi ed i centri cittadini contermini. Non è volutamente una ricerca topografica completa se con questa espressione intendiamo includere una più vasta analisi relativa alla ricostruzione del paesaggio coevo.
Tale sensibilità è stata sacrificata all’interesse storico-archeologico -comunemente inteso- del volume, un punto di vista d’altra parte chiaro, perciò tenuto costantemente in considerazione nel corso della lettura; eppure il connettere maggiormente gli insediamenti studiati con il territorio ad essi immediatamente circostante avrebbe fornito suggerimenti per ulteriori interpretazioni dei resti esaminati.
L’interesse volge poi verso l’elencazione dei numerosi problemi sorti dalle letture dei singoli siti in una rassegna complessiva finale. Trascurando di rapportare ancora più profondamente ogni villaggio con il proprio contesto, che la pubblicazione di stralci di cartografia, anche storica, non sempre permette di ricostruire adeguatamente, si lasciano però altre possibilità per future ricerche, che il tema proposto promette.
Considerazioni più mirate sulle risorse sulle quali potevano contare gli abitanti di ciascun vicus avrebbero aiutato nelle indagini riguardanti le loro origini: acqua, fiumi, laghi, gli elementi naturali hanno un ruolo essenziale, che l’autrice d’altra parte esprime, nella definizione della scelta insediativa. Così come risulta essenziale per la comprensione della vita rurale dell’epoca l’esistenza di aree boschive, campi coltivati, pascoli, accanto alle considerazioni della presenza del villaggio lungo un asse stradale od un incrocio, elemento sicuramente costante ma tutto sommato abbastanza scontato.
Il villaggio rappresenta – come è comprensibile – una realtà non omogenea sia sul piano spaziale sia su quello temporale, che obbliga ad affrontare problematiche scivolose. Essendo una realtà di gran lunga più dinamica di altre tipologie insediative è per questo più sfuggente: in via preliminare ciò può essere affermato per tutti gli ambiti cronologici, fino al momento in cui si verificherà che alcuni insediamenti, per motivi contingenti o politici, svilupparono delle caratteristiche comuni d’impianto – da aggiungere al parziale impianto a pettine o lineare spesso riscontrato lungo gli assi stradali e giustamente rilevato dalla studiosa – che potranno auspicabilmente suggerirne con più precisione origine e cronologia.
La posizione occupata dal libro nell’ambito della produzione scientifica riguardante questo tema si può definire di passaggio obbligato: meritevole il lavoro di raccolta dei dati e sistematizzazione critica che prelude a futuri approfondimenti del concetto stesso di vicus. Amiamo pensare che possano includere molti altri elementi riconoscibili nel paesaggio, per suggerire eventualmente come riconoscerne le tracce al di là del resto monumentale evidente di alcune delle sue strutture.
Come ovvio per questa tipologia di pubblicazioni, le realtà di scavo sulle quali si è trovata ad operare la De Francesco sono di per sé incostanti e spesso diverse tra loro in quanto a diffusione dei dati o per finalità di ricerca. La lieve difficoltà che si percepisce nel rendere omogenee le schede va quindi probabilmente dovuta al fatto che le descrizioni dei resti archeologici (intesi sostanzialmente come strutture) sono – ovviamente – l’unico dato sempre presente nelle pubblicazioni di indagini archeologiche impiegate, per cui forse al momento si può operare in maniera comparativa su tali tipi di dati e non su altri. Questo si va ad aggiungere a quanto precedentemente rilevato per comprendere, appunto, i motivi della mancanza di un’articolata “archeologia del villaggio”, lamentata nella premessa al volume, che aspetta difatti di essere pienamente sviluppata.
Una breve conclusione, se non proprio un giudizio sull’opera, può solo puntualizzare la positività del volume in esame: i dati sui resti e materiali di scavo proposti e supportati da immagini di corredo al testo, sempre chiare e dirette, sono stati elaborati come fondamentale avvio di più estese riflessioni sul tema del villaggio nel Lazio, anche se rivelano comunque la ferma attenzione nel ricostruire in primo luogo le forme materiali dell’abitato, interesse proprio delle scuole archeologiche italiane.

Presentato ad HISTARA il 12 Giugno 2015