I Domini de Aquino

Primo di una serie di volumi programmati sul Lazio Meridionale (per convenzione, la porzione di regione laziale a est e sud-est di Roma), il libro dal titolo “I Domini de Aquino: indagini storiche e topografiche sui castelli della Valle Latina”, sarà presentato in anteprima il giorno 2 Gennaio 2016, alle ore 17, nella patria di S. Tommaso. maniresto caprile 2016

Ai piedi del castello dove vide i natali il più illustre componente di questa famiglia di antica stirpe longobarda, nel borgo di Caprile, precoce casale di Roccasecca, presso la Chiesa delle Madonna delle Grazie, grazie alle attivissime associazioni territoriali  Genesi ed Alta Terra di Lavoro, sarà avviato il ciclo delle presentazioni di un nuovo volume, stavolta incentrato sulle vicende storiche che legano la famiglia de Aquino alla costruzione dei castelli al confine tra Regno di Sicilia e Patrimonio di S. Pietro.

Un tema difficile, trattato mediante l’uso di documenti d’archivio ed il riesame di fonti storiche, che il libro propone in chiave problematica, segnando l’avvio della pubblicazione dei risultati di lunghe ricerche  e come tappa di un percorso più ampio che prevede altri successivi contributi. Un lungo percorso che sarà accompagnato dalla pubblicazione di note, commenti, approfondimenti, segnalazioni, discussioni attraverso questo blog, nato per supportare il Progetto Aquinas.

Avvierà i lavori Claudio Saltarelli, con il coordinamento di Fernando Riccardi, che si ringraziano per la squisita gentilezza e la passione profusa nell’organizzare l’evento per l’Associazione Alta Terra di Lavoro. Immancabile l’apporto dell’Associazione Genesi di S. Donato V.d.C., attratta dall’affascinante tema della storia dei de Aquino nel proprio territorio, senza il supporto della quale, in particolare del Prof. Domenico Cedrone, il libro non avrebbe potuto vedere la luce.

Doveroso, se non si vuole usare il termine obbligatorio, è perciò l’appuntamento di Caprile, quale ringraziamento ai menzionati sostenitori, ai tanti che hanno spinto alla realizzazione di questo volume e, infine, doveroso omaggio al Santo e alle radici culturali del territorio che tuttora ne ama portare il nome: la “Terra di S. Tommaso”.

 

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Sabrina Pietrobono è nata a Roma, dove ha concretizzato la sua passione per la ricerca storica. Ha studiato presso l’Università degli Studi La Sapienza, dove ha conseguito con Lode la Laurea in Lettere ed il titolo di Specialista in Archeologia Classica, e presso l’Università di Tor Vergata, per masters e perfezionamenti in gestione dei beni culturali. Ha ottenuto la Licenza in Archeologia Cristiana presso il PIAC (Città del Vaticano) e il Diploma in Archivistica, Paleografia e Diplomatica della Scuola presso l’Archivio di Stato di Roma S. Ivo alla Sapienza. Già Direttore Scientifico del Museo Civico Archeologico di Castro dei Volsci (FR), ha ottenuto il titolo di Dottore di Ricerca in Archeologia Medievale presso l’Università degli Studi dell’Aquila. È stata Marie-Curie Fellow ed ha completato il progetto N-LINK presso la Newcastle University (UK), dove ha potuto indagare le nuove frontiere della Landscape Archaeology internazionale. Ha effettuato scavi archeologici, insegnato e svolto seminari in università italiane ed estere, pubblicando numerosi libri ed articoli scientifici. Partecipa a conferenze internazionali in qualità di relatore ed organizzatore. Appassionata di studi teologici e di tematiche ambientali, accanto alla sua produzione scientifica si dedica con fervore alla divulgazione: è incaricata di convegni e manifestazioni pubbliche, coordinatrice di gruppi di ricerca ed associazioni culturali.

San Saba

SabbastheSanctifiedIl santo di oggi, 5 Dicembre, è S. Saba Archimandrita, nato a Mutalaska (presso Cesarea di Cappadocia, Turchia), circa 439 e morto a Mar Saba (Palestina), 5 dicembre 532. A Roma esiste una chiesa dedicatagli sull’Aventino. Viene raffigurato con il Baculo pastorale ed è invocato da chi cerca di avere un figlio.

Come per altri giovani dell’epoca, i genitori desideravano che il figlio assumesse una carica militare, così viene inviato a studiare nel Monastero di Flavianae, a Cesa­rea di Cappadocia (Kay­seri – Turchia), dove però matura la scelta di vita religiosa.  A 18 anni lascia la famiglia per recarsi in Terrasanta come pellegrino, vivendo presso monaci anacoreti in grotte e ripari, grazie ai quali incontra Eutimio il grande, consigliere spirituale dell’imperatrice Eudossia (moglie di Teodosio II), con il quale avvia la sua esperienza da eremita presso il deserto della Giordania.  Alla morte del maestro, Saba si ritira in una grotta nel vallone del Cedron nei pressi di Gerusa­lemme, dove si strutturerà la Grande Laura  (“cammino stretto”, in greco). I monaci vivono in isolamento per cinque giorni riunendosi il sabato e la domenica per la celebrazione eucaristica.

S. Saba viene ordinato prete nel 491 e in seguito (512 e 531) archimandrita di tutti gli anacoreti di Palestina. Muore nel 532 dopo aver operato nuove fondazioni a Thecua (508), aver lottato contro il nestorianesimo ed il monofisismo, a favore dell’ortodossia espressa nel concilio di Calcedonia del 451, e visto crescere il suo gruppo di monaci.

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Con San Saba viene messa in relazione  l’icona “La Nutrice” della Madre di Dio, originariamente nella Lavra (Laura) di San Saba. Il nome sottolinea la particolare iconografia della Santa Vergine che allatta il bambino. Si riprende dal sito i sentieri dell’icona, la storia della diffusione dell’icona ad opera di un secondo S. Saba, della Serbia: “Prima di morire, il Santo predisse ai suoi discepoli che un pellegrino con il suo stesso nome sarebbe un giorno arrivato presso il monastero e che a lui, in segno di benedizione, la venerata immagine avrebbe dovuto essere consegnata. Nel XIII secolo, dunque, Saba di Serbia, arcivescovo e futuro Santo, si recò in visita alla lavra. Appena si avvicinò al reliquiario di San Saba, il bastone del monaco cadde ai suoi piedi. I presenti rimasero sbigottiti di fronte a quell’episodio e chiesero al nuovo venuto di dire il suo nome. Quando questi l’ebbe pronunciato, essi si resero conto che l’antica profezia si stava realizzando. L’icona venne quindi consegnata a Saba di Serbia il quale la trasportò sul Monte Athos per collocarla accanto all’iconostasi nella chiesa dedicata allo stesso San Saba. Qui l’immagine venne ribattezzata Typiconissa in quanto in quegli stessi luoghi è conservata la Regola (Typicon) di San Saba”; ” la tipologia iconografica della Madre di Dio “che dona latte” fu, soprattutto nei primi secoli, avversata da alcune frange della Chiesa, soprattutto dai “monofisiti” secondo i quali la natura umana di Cristo era, in qualche modo, “assorbita”, e dunque ridimensionata, da quella divina. In realtà l’icona costituisce una risposta concreta a tale obiezione, visto che raffigura Gesù nella più umana delle posizioni: quella, cioè, del bimbo che riceve latte dalla madre”.

A san Saba è dedicato un villaggio presso Messina, dove si svolge una festa a sua memoria ogni 5 dicembre. In un’apposita cerimonia religiosa in Chiesa,  vengono ricordati la sua vita ed i suoi miracoli, benedette le mele che sono consegnate a ciascuna famiglia, e talvolta si conclude con una breve processione lungo le vie del paese. In anni più recenti la domenica della terza settimana di agosto, oltre la solenne Messa religiosa in onore del Santo, si organizza la processione della statua di San Saba per tutto il lungomare ed i vicoli con, alla mezzanotte, i tradizionali “botti” e fuochi d’artificio sul mare.

Giovanni Damasceno

Il 4 Dicembre il calendario riporta la festività di S. Giovanni Damasceno – Ἰωάννης ὁ Δαμασκηνός, un santo per molti motivi attuale, anche se distante cronologicamente. La riflessione del Damasceno è fondamentale per la corretta lettura del culto delle icone. Arabo di famiglia cristiana, Giovanni apparteneva alla famiglia di Mansour Ibn Sarjun

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Icona presso il Pontificio Instituto S. Giovanni Damasceno a Roma

Nacque a Damasco, da dove l’appellativo di Damasceno, in Siria, intorno al 675, in una città già sottomessa dai musulmani, per i quali lavorò come responsabile economico del califfato come forse il padre Sarjun (Sergius) prima di lui. Eppure si decise a lasciare tutto e a ritirarsi nel monastero di S. Saba, intorno all’anno 700. Qui si dedicò all’ascesi, alla scrittura e alla pastorale. Fu ordinato sacerdote sotto il patriarca di Gerusalemme Giovanni IV (706- 736), morendo molto anziano verso il 750.

Di Giovanni Damasceno ha parlato Benedetto XVI nella sua udienza generale del 6 Maggio 2009, delineando le caratteristiche del suo insegnamento. Nel 1890 Papa Leone XIII lo nominò Dottore della Chiesa Universale, ed anche per questo viene spesso definito “il San Tommaso d’Oriente”. Il suo rapporto privilegiato con Maria si nota nelle riflessioni sulla figura della Madre di Dio. “Di lui si ricordano in Oriente soprattutto i tre Discorsi contro coloro che calunniano le sante immagini, che furono condannati, dopo la sua morte, dal Concilio iconoclasta di Hieria (754). Questi discorsi, però, furono anche il motivo fondamentale della sua riabilitazione e canonizzazione da parte dei Padri ortodossi convocati nel II Concilio di Nicea (787), settimo ecumenico. In questi testi è possibile rintracciare i primi importanti tentativi teologici di legittimazione della venerazione delle immagini sacre, collegando queste al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio nel seno della Vergine Maria”, ricorda il pontefice. L’opera più rappesentativa è il “De Fide Orthodoxa, dove avanza pure la verginità della madre di Maria, S. Anna.

Studiò approfonditamente il Corano confrontandolo con il Vangelo e ritenne che l’Islam fosse in realtà un’eresia del Cristianesimo. Leggenda narra che Giovanni, caduto quindi in disgrazia presso i superiori, avrebbe avuto la mano amputata, offrendola così ad un’immagine della Vergine. Dall’icona sarebbe uscita una mano della Madonna, che avrebbe riattaccato l’arto al santo, che destinò quindi all’icona una mano votiva d’argento. Questa Madonna con tre mani fu detta Tricherusa.

L’arte deve al Damasceno la sua fondamentale lettura delle icone quali contributo per la creazione di uno spazio sacro dove poter venerare Dio. Scrive il Pontefice: “Giovanni Damasceno fu inoltre tra i primi a distinguere, nel culto pubblico e privato dei cristiani, fra adorazione (latreia) e venerazione (proskynesis): la prima si può rivolgere soltanto a Dio, sommamente spirituale, la seconda invece può utilizzare un’immagine per rivolgersi a colui che viene rappresentato nell’immagine stessa. Ovviamente, il Santo non può in nessun caso essere identificato con la materia di cui l’icona è composta. Questa distinzione si rivelò subito molto importante per rispondere in modo cristiano a coloro che pretendevano come universale e perenne l’osservanza del divieto severo dell’Antico Testamento sull’utilizzazione cultuale delle immagini. Questa era la grande discussione anche nel mondo islamico, che accetta questa tradizione ebraica della esclusione totale di immagini nel culto. Invece i cristiani, in questo contesto, hanno discusso del problema e trovato la giustificazione per la venerazione delle immagini. Scrive il Damasceno: “In altri tempi Dio non era mai stato rappresentato in immagine, essendo incorporeo e senza volto. Ma poiché ora Dio è stato visto nella carne ed è vissuto tra gli uomini, io rappresento ciò che è visibile in Dio. Io non venero la materia, ma il creatore della materia, che si è fatto materia per me e si è degnato abitare nella materia e operare la mia salvezza attraverso la materia. Io non cesserò perciò di venerare la materia attraverso la quale mi è giunta la salvezza. Ma non la venero assolutamente come Dio! Come potrebbe essere Dio ciò che ha ricevuto l’esistenza a partire dal non essere?…Ma io venero e rispetto anche tutto il resto della materia che mi ha procurato la salvezza, in quanto piena di energie e di grazie sante. Non è forse materia il legno della croce tre volte beata?… E l’inchiostro e il libro santissimo dei Vangeli non sono materia? L’altare salvifico che ci dispensa il pane di vita non è materia?… E, prima di ogni altra cosa, non sono materia la carne e il sangue del mio Signore? O devi sopprimere il carattere sacro di tutto questo, o devi concedere alla tradizione della Chiesa la venerazione delle immagini di Dio e quella degli amici di Dio che sono santificati dal nome che portano, e che per questa ragione sono abitati dalla grazia dello Spirito Santo. Non offendere dunque la materia: essa non è spregevole, perché niente di ciò che Dio ha fatto è spregevole” (Contra imaginum calumniatores, I, 16, ed. Kotter, pp. 89-90). Vediamo che, a causa dell’incarnazione, la materia appare come divinizzata, è vista come abitazione di Dio. Si tratta di una nuova visione del mondo e delle realtà materiali. Dio si è fatto carne e la carne è diventata realmente abitazione di Dio, la cui gloria rifulge nel volto umano di Cristo. Pertanto, le sollecitazioni del Dottore orientale sono ancora oggi di estrema attualità, considerata la grandissima dignità che la materia ha ricevuto nell’Incarnazione, potendo divenire, nella fede, segno e sacramento efficace dell’incontro dell’uomo con Dio. Giovanni Damasceno resta, quindi, un testimone privilegiato del culto delle icone, che giungerà ad essere uno degli aspetti più distintivi della teologia e della spiritualità orientale fino ad oggi. E’ tuttavia una forma di culto che appartiene semplicemente alla fede cristiana, alla fede in quel Dio che si è fatto carne e si è reso visibile. L’insegnamento di san Giovanni Damasceno si inserisce così nella tradizione della Chiesa universale, la cui dottrina sacramentale prevede che elementi materiali presi dalla natura possano diventare tramite di grazia in virtù dell’invocazione (epiclesis) dello Spirito Santo, accompagnata dalla confessione della vera fede”.

S. Francesco Saverio

Nella giornata di oggi, 3 Dicembre, si ricorda S. Francesco Saverio.

Un grande artista, il Baciccia (Giovanni Battista Gaulli), ha esaltato la figura del santo per una Chiesa dell’ordine dei Gesuiti.

La “Visione di S. Francesco Saverio” è un piccolo olio su tela conservato ai Musei Vaticani (Pinacoteca, Sala XIV), che rappresenta, come recita la descrizione ufficiale, “in primo piano S. Francesco Saverio con il crocefisso stretto al petto, circondato da angeli e cherubini che assistono alla sua agonia”. Si tratta del bozzetto per la pala d’altare di S. Andrea al Quirinale, del 1675 ca, nel quale sperimentò il soggetto.

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La pala d’altare con Morte di s. Francesco Saverio realizzata nel 1676 per la chiesa di S. Andrea al Quirinale (prima cappella a destra) ripropone la vicenda narrata da Daniello Bartoli (1608-1685) nell’Istoria della Compagnia di Gesù (1653-73), che già aveva scritto sulla Compagnia.

Tre volumi sono particolarmente importanti:

L’Asia (1653) – Il Giappone (1660) La Cina (1663).

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Baciccia: S. Andrea al Quirinale

Per conoscere meglio il santo, cliccare qui.

Un articolo sul Baciccia o Baciccio, di V. Sgarbi (21/06/2015).