Castro dei Volsci (FR)

Nell’ambito del progetto Carta Archeologica Medievale, si era inteso proporre  una prima schedatura delle presenze di età medievale nel territorio del Foglio 159 Quadrante I dell’IGM. Lavoro estremamente difficile sotto molti aspetti, fu reso ancor più difficile da oggettive condizioni di rilevamento che interessano un’area fortemente antropizzata come il Lazio Meridionale. Nonostante ciò, si ritenne opportuno avviare un lavoro di tal genere, in particolare per comprendere come poter intervenire su contesti bisognosi di profondi interventi di riqualificazione ambientale ed urbana.

Trascorsi oltre dieci anni dall’edizione di tale volume, i dati e le riflessioni continuamente condotte sulla stessa porzione di territorio hanno permesso di procedere oltre quel primo sperimentale tentativo, consentendo di aggiornare la carta, pubblicando ulteriori contributi ed ampliando l’areale di riferimento. Grazie alla possibilità di proseguire gli studi teoretici all’estero, si è anche superata una certa tendenza propriamente legata alla semplice topografia antica di tradizione regionale e, attraverso un nuovo taglio metodologico legato all’archeologia storica, la revisione del pubblicato è stata indubbiamente radicale.

Anche precedentemente, in parallelo all’esperienza alla guida del Museo Civico Archeologico di Castro dei Volsci, conclusi una revisione della scheda riguardante il paese; i risultati furono raccolti nel capitolo del manuale didattico – scientifico Storie della Terra, pubblicato anche online nella mia pagina Academia. Di seguito il Link

Il progetto, portato avanti con forze personali anche se infine pubblicato in sede accademica, simboleggiava un riemergere dell’attenzione al territorio che si spera possa portare dei frutti sul piano della protezione di quei beni culturali rimasti e che meritano maggiore considerazione. Dopo la mia esperienza quale direttore, conclusasi – cosa rara in quei dintorni – nella concordia e nella soddisfazione da ambo le parti, poiché purtroppo determinata esclusivamente dalla necessità di tagliare tutte le possibile voci di spesa all’interno di un bilancio costruito sulla mera sopravvivenza e non sullo sviluppo, male necessario nella piena tempesta della crisi economica del 2008-2009, il museo fu affidato a personale direttivo – scientifico meno qualificato e quindi richiedente risorse economiche pressoché nulle; trascorso un tempo fisiologico in cui si appurò che mancavano le competenze per poter proseguire l’esperienza di apertura della struttura, il museo venne chiuso.

La speranza, che muore per ultima, ci induce a ritenere che riprendendo le indagini su contesti trascurati si possa offrire un contributo per il rinascere di opportunità culturali territoriali di più ampie prospettive.

HLC e PRGC

Nell’ambito di un passato progetto internazionale, ho avviato lo studio della cosiddetta Caratterizzazione Storica del Paesaggio, per la quale mi viene spontaneo continuare ad utilizzare l’acronimo inglese di HLC (Historic Landscape Characterization).

Come ho scritto in un articolo che sta uscendo in questi giorni, l’elaborazione della HLC italiana è stata impostata fin dal principio non su immediate necessità di tutela e gestione territoriale, che per la stessa zona si appoggiano su un distinto strumento di recente approvazione consiliare, bensì sulla necessità di individuare i caratteri storici e gli elementi di cui si compone il paesaggio attuale, rendendo fruttuosa sul piano della ricerca archeologica la messe di dati reperibili da materiali documentari di varia natura, ma propri delle aree in esame. Nella nota rinviavo ad un articolo del 2009 dove si prendeva in esame il percorso del Piano Paesaggistico Regionale del Lazio, che si vuole imminente.

Occorre adesso distinguere i piani del mio lavoro, per non creare confusione, in particolare perché mi rivolgo ad archeologi che, come la sottoscritta, non sono incaricati, almeno non al momento, di lavorare negli uffici di Urbanistica. Quando intrapresi il mio viaggio nella HLC, il primo strumento con il quale mi trovai a ragionare fu il piano paesaggistico richiesto dal Codice Urbani, il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. Sotto alcuni aspetti, in termini di tutela del territorio, la HLC poteva esservi avvicinata, almeno negli intenti di tutela, ma per tutto il resto è qualcosa di molto lontano.

Il problema grosso consiste nella novità che i piani paesaggistici rappresentano per il panorama regionale italiano e nel fatto che sul Piano Paesaggistico della Regione Lazio vige continua incertezza, come richiamerò alla fine. Quindi, dopo aver studiato questo strumento in divenire, sono passata a considerare gli aspetti di tutela deducibili dal Piano Regolatore Generale Comunale, come accennato nel precedente post.

Il Piano Regolatore Generale Comunale ha salvato parte del mio tempo, perché è il solo strumento di ordine generale, ma di immediata attuazione, abbastanza chiaro per intenti e storia al quale potermi rifare. Inoltre, visto che deve considerare solo gli aspetti relativi ad un solo comune, è di più semplice accesso. Va specificato che il PRGC ha una matrice di attenzione al “costruito”, in particolare al momento delle prime leggi che ne vollero l’introduzione, ma nel tempo è diventato un vero e proprio strumento di gestione dell’assetto territoriale, prevedendo delle precise zonizzazioni del territorio comunale, con le aree da destinare all’edificazione e quelle industriali. Va da sé che il resto rimane di uso agricolo o boschivo, almeno questo è il principio guida iniziale. Per i problemi creati dalla zonizzazione, si vedrà successivamente in un altro post.

I primi piani regolatori comunali risalgono alla legge del 25 giugno 1865 n. 2359, in seguito furono rivisti dalla legge urbanistica nazionale (legge 17 agosto 1942 n. 1150), divenendo se occorre piani intercomunali, cioè riguardanti più comuni. Nell’area di lavoro che sto pubblicando in questi giorni, il comune di Esperia (FR), sono stata fortunata perché il consiglio comunale ha approvato nel 2015 tale strumento (già adottato nel 1995) con un nuovo indirizzo (quindi una revisione http://www.ilgiornalenuovo.it/2015/11/esperia-comune-riunione-illustrativa-del-piano-regolatore/: il Documento di Indirizzo del Nuovo Piano Regolatore adottato dal Consiglio Comunale con voto unanime nella seduta del 19 settembre 2015) tenendo in considerazione gli altri strumenti urbanistici previsti da successivi leggi, in particolare il travagliatissimo piano paesaggistico regionale, nella veste prevista alla fine degli anni ’90, con però l’intuibile aspetto che, essendo il Piano Paesaggistico uno strumento concordato tra varie parti, l’amministrazione comunale (lo spero!) abbia discusso e incorporato le indicazioni di tale piano regionale il quale prevarrà, alla fine, sulla strumentazione comunale, in un difficile ma non impossibile gioco ad incastri; è per questo che nella pratica, quando si parla di PRGC occorre -almeno dagli anni ’80 per alcune regioni- sempre rifarsi anche al piano paesistico o, dagli anni 2000, al piano paesaggistico vigente o in approvazione (si rimanda in seguito alla differenza tra paesistico e paesaggistico). Questo è stato quanto da me compreso in una difficilissima raccolta informazioni relativa ad un piano paesaggistico che a volte sembra assumere contorni da ultimo segreto di Fatima! E non sono la sola a sbattere la testa contro il muro, si veda qui.

Interessante quanto riportato nell’articolo, in fondo: Comuni obbligati ad adottarlo. “Se i Comuni adotteranno il Piano e accetteranno i limiti posti dalla Regione a difesa del territorio – ha sostenuto il Presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti – non ci sarà più il passaggio di verifica (dei progetti, ndr) in Regione”.  In pratica i Comuni potrebbero anche non adottare il nuovo PTPR, ma sarebbe una decisione ininfluente dal punto di vista pratico: ogni nuovo progetto dovrebbe avere prima l’OK della Regione (come avviene adesso). Il dirigente regionale rilascerebbe il nulla-osta solo in presenza di un progetto conforme al nuovo Piano regionale: nessun Comune riuscirebbe a far passare un progetto non conforme al PTPR. Se il Comune invece adottasse il Piano, ogni progetto potrebbe essere approvato senza il passaggio alla Regione Lazio. [fine paragrafo articolo]

Rifarmi alla strumentazione comunale agevola, come riflettevo in precedenza, proprio perché lavora sulla base delle variazioni nella gestione territoriale concretamente previste dalla cellula fondamentale delle amministrazioni locali, cioè il comune. Inoltre, i comuni si dotarono di carte archeologiche proprio per poter elaborare dei PRGC ben fatti ed imporre i loro vincoli di zonizzazione. In parallelo, mi ha permesso di non insabbiarmi nel seguire la vicenda del piano paesaggistico con troppa ansia, dal momento che, come l’istinto mi suggeriva, il Piano Paesaggistico del Lazio si è arenato nuovamente.

nolabelsvalledelsaccoA fronte di una ben pubblicizzata approvazione da parte della Giunta Regionale del Lazio infatti, nel marzo 2016 (vedi link nel post precedente), mancava e manca tuttora l’approvazione del Consiglio Regionale, che deve deliberare la sua adozione finale. Tale voto era previsto entro il 14 Febbraio 2017, ma (notizia individuata in questi giorni e con molta fatica, perché ignorata dai comunicati stampa ufficiali) tale data è stata di nuovo rinviata. Risulta infatti che nella legge regionale di stabilità 2017 di faticosissima lettura, detta anche Milleproroghe, per non farsi mancare nulla si sia dovuto inserire anche il rinvio dell’approvazione del Piano Paesistico (= Paesaggistico ai sensi del Codice Urbani, nel caso del Lazio).

Inutile dire che tale proroga non sia stata per niente pubblicizzata, pertanto è stato grazie ad un benemerito articolo del circolo dei Verdi incontrato in internet – Controdeduzioni di VAS alle proposte di modifiche stravolgenti del Piano Territoriale Paesistico Regionale (PTPR) del Lazio, a firma di R. Bosi – che sono venuta a sapere della cosa e soprattutto ad avere un quadro dei tempi che ancora si dovranno prevedere. Dal sito si deducono due cose. La prima è relativa alla successione di pareri che non si sono ancora ricevuti in data 31 Dicembre 2016: “Non risulta che a tutt’oggi sia la Commissione primaria Ambiente che le altre tre Commissioni secondarie abbiano preso in esame la proposta per esprimere il rispettivo parere sul PTPR, che quindi non poteva essere più approvato entro la scadenza del prossimo 14 febbraio 2017, per cui con l’articolo 3, comma 75, della legge regionale n. 17 del 31 dicembre 2016 è stata prorogata al 14 febbraio del 2018 la scadenza per la sua definitiva approvazione”. La seconda riguarda la guerra scatenata contro il piano che sembra non avere fine. Ma ora chiudo, per il momento.

In attesa del piano paesaggistico definitivo: a cosa riferirsi

Fermiamoci sul paesaggio, pertanto, e vediamo come poter intervenire sul piano pratico, modificando il rapporto estremamente difficoltoso tra cittadino e territorio. Impresa titanica, da dove partire? Viviamo purtroppo nella confusione, ogni giorno studio cose nuove ma sempre più confuse, che appesantiscono il cervello ed alla fine mal di testa continui che non fanno bene a me che li devo sopportare e agli altri che mi devono sopportare, bontà loro. Non parliamo poi degli articoli che devo scrivere, per ogni parola sorge un problema nuovo di interpretazione.

Sono esausta. Faccio un esempio pratico, visto che sono alle prese con la questione del piano paesaggistico regionale. Provo a domandare chiarimenti sulle cose che non capisco e nessuno riesce a chiarire quello che invece dovrebbe essere semplice e fruibile da tutti.

Quando andate a richiedere una ‘Autorizzazione paesaggistica’, vi viene concessa in virtù del rispetto dei vincoli paesaggistici; quelli attualmente esistenti deriverebbero dagli art. 136, 142, 143 e 156 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, quindi dai piani paesaggistici ivi previsti, tenendo conto dei contenuti dell’art. 157 e del 158 dello stesso codice. Le Regioni che hanno già piani paesaggistici vigenti (e quindi che rendono solo obbligatorio ma non vincolante il parere della soprintendenza competente) sono Puglia e Toscana. La Regione Sardegna, che però è regione autonoma, possiederebbe un piano paesaggistico.

La Regione Lazio sta seguendo l’iter per l’approvazione del Piano Paesaggistico Regionale che per qualche strano motivo continua a chiamarsi Paesistico. La Regione Lazio possiede un Piano Paesistico Territoriale Regionale che risale al 1998, mentre sta elaborando il nuovo, da approvare in via definitiva, si spera entro il 14 Febbraio di quest’anno. Purtroppo, ho potuto constatare che sono molti anni che tale data viene rinviata, per cui al momento un nuovo Piano risulta adottato dalla Giunta Regionale, non approvato in sede definitiva dal Consiglio Regionale, ma che allo stesso tempo occorre tenere in considerazione. Nell’incertezza della cosa, personalmente tengo presente gli strumenti di gestione territoriale locale, in particolare comunale, che essendo più parziali, a rigore di logica dovrebbero essere comunque tenuti sempre aggiornati e comunque risultare più puntuali.

In una delle aree dove ho condotto ricerche, ad Esperia, nel 2015 hanno approvato una proposta consiliare per un nuovo Piano Regolatore locale che ha fatto leva sulla documentazione prodotta dalla Regione Lazio. C’è stata una riunione pubblica del Consiglio comunale in cui si è illustrato il contenuto anche del piano paesaggistico regionale, da quanto ho capito, che di conseguenza ha condotto all’adozione delle nuove regole localmente condivise ed accettate. Per trasparenza, nel 2015 il comune ha pubblicato on line la strumentazione cartografica, per cui è possibile avere un quadro chiaro, ma soprattutto una normativa un pochino stabile alla quale rifarsi.

Per non riproporre la ricerca che ogni tanto occorre fare, mi conviene riportare in questi miei appunti la sintesi delle vicende del Piano Paesaggistico regionale, come riassunte fino al 2015 nella tabella sinottica ministeriale, sperando che sia utile per chiarire.

“La Legge Regionale 6 luglio 1998, n. 24 ha approvato i Piani Paesaggistici della Regione Lazio, attualmente vigenti, ed al contempo ha disposto che “la Regione procedesse all’approvazione del PTPR quale unico piano territoriale paesistico regionale”.
Il PTPR è stato predisposto sulla base della stipula di un preliminare ed antesignano “Accordo di collaborazione per la redazione del PTPR” ai sensi dell’articolo 15 comma 1 della legge 7 agosto 1990 n. 241, sottoscritto il 9 febbraio 1999 fra Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, la Regione Lazio e Università di Roma Tre – DIPSA, il cui schema è stato approvato con DGR n. 5814 del 3. 11. 1998.
La redazione è stata sviluppata, a far corso dalla data di sottoscrizione dell’Accordo, da un apposito Comitato Tecnico Scientifico (CTS), istituito con DGR n. 5586 del 23/11/1999 e nominato con successivo Decreto del Presidente della Giunta Regionale del Lazio n. 84/2000 del 14 febbraio 2000, di cui hanno fatto parte rappresentanti del Ministero e della Regione, integrato inoltre con rappresentanti del Comune di Roma.
Tale attività, sebbene avesse prodotto ed approvato documenti metodologici di redazione del piano, elaborazioni tecnico-scientifiche, criteri di valutazione delle osservazioni, verifiche e ricognizioni sul campo, pervenendo ad elaborazioni largamente definitive del Piano, si è interrotta nel 2007 stante la mancata condivisione da parte del MiBACT di alcune scelte di pianificazione relative al territorio del Comune di Roma proposte dalla Regione. Quest’ultima ha ritenuto di adottare unilateralmente, nello stesso anno, il PTPR esteso all’intero territorio regionale.
Successivamente, mentre si procedeva comunque alla istruttoria delle osservazioni pervenute, si sono svolti incontri con la DR e la DG nel corso dei quali la Regione ha manifestato l’intenzione di riattivare un percorso condiviso e quindi di procedere alla definizione dell’Intesa, poi sottoscritta, assieme al disciplinare, nel dicembre 2013. Sono conseguentemente in corso i lavori del Comitato tecnico congiunto di copianificazione e si sta procedendo, in particolare, alla validazione delle attività di ricognizione dei beni paesaggistici e all’esame congiunto dell’ingente numero di osservazioni pervenute dopo l’adozione del Piano (attività entrambe in fase conclusiva), nonché alla revisione delle Norme Tecniche di Attuazione e, in tale ambito, alla precisazione e alla integrazione delle prescrizioni d’uso dei beni paesaggistici”.

In poche parole, data la confusione vigente, sopra riassunta al 2015, e visti i ritardi che si accumulano incessantemente, dovendo purtroppo continuare a studiare e a pubblicare su territori che comunque sono ripartiti in comuni, ho deciso di riferirmi sempre e comunque alla zonizzazione comunale, seguendo le approvazioni consiliari dei piani regolatori locali, che in linea teorica dovrebbero risultare aggiornati e sempre vincolati alla normativa regionale e nazionale in divenire.

Spero che la riflessione possa essere utile, come tutte le altre.

Tabella Sinottica del MIBACT

1449477341435_pianificazione_paesaggistica_quadro_sinottico_ottobre_2015
Piano Paesistico Territoriale Regionale del 2016 (Giunta Regionale)

http://www.consiglio.regione.lazio.it/binary/consiglio_regionale/tbl_commissioni_documenti/PDC_n._60_del_10.3.2016.pdf

Retorica della domanda e della risposta

Domanda retorica: che cosa restituisce l’immagine di un paesaggio devastato? Così concludevo le riflessioni dello scorso post. Sicuramente restituiscono un paesaggio devastato. In prima battuta. In realtà restituiscono l’odio di un gruppo di persone verso il territorio. A questo punto occorre approfondire cosa intendo.

Anni fa ebbi la fortuna di trascorrere una lunga e significativa esperienza di lavoro negli UK. Difficile, ma proficua. Uno dei grandi insegnamenti di quella esperienza fu l’amore degli Inglesi nei confronti del loro paesaggio. Il paesaggio riflette un ordine, assume un valore non solo sentimentale ma anche economico, quale patrimonio culturale comune. Occorre quindi tutelarlo.

frosinoneTornata in Italia, l’antica disperazione che provavo al vedere lo sconquasso del paesaggio dei luoghi che dovevo percorrere riemergeva ancora più potente. Il valore antico del paesaggio non era recuperabile. Eppure ovunque avevo sentito richiamare con forza l’amore verso il proprio territorio. Assodato che paesaggio e territorio sono due termini diversi ma connessi ad una stessa realtà, non potevo che riflettere sul valore di quest’amore: nullo. Se si ama un qualche cosa non lo si distrugge. A meno che non si tratti di un cosiddetto “amore travagliato”, in qual caso è certamente un “amore malato”. Se è malato occorre guarirlo. Il problema però è che mentre il paziente/paesaggio è morto, il malato vero – l’uomo- non intende guarire. In realtà, non si considera malato affatto.

 Lungi da me l’idea di considerare gli Inglesi come esseri degni di fiducia cieca (di difetti ne possiedono ben più degli Italiani, volendo), in questo campo il difetto italico è di gran lunga più distruttivo di qualsivoglia difetto inglese.

Esiste un pregio che occorre riconoscere alle popolazioni d’oltremanica: la maggior parte di loro possiede senso dell’autocritica, del tutto speciale, ma lo possiede. Speciale nel senso che l’autocritica non intacca la profonda consapevolezza di sé stessi, la loro identità. Siccome l’Italiano medio (e quello superiore ed inferiore, in realtà: raggiunge l’arroganza, la presunzione, ma non la consapevolezza di sé) purtroppo non riesce a ottenere un livello di maturità tale da poter acquisire tale senso, ecco che si resta fermi al palo dell’autodistruzione. L’italico individuo individua nella critica un attacco di lesa maestà, non la intende come un aiuto. Il problema dell’autostima personale [mancante] si ripercuote in tutti i livelli di lavoro e di interrelazione sociale.

Ecco quindi che prevale l’individualismo: non esiste una coscienza sociale e di conseguenza non si percepisce il concetto di responsabilità sociale. Negli UK questo aspetto invece è ben presente. Allorché un individuo intraprende un’opera che non rientra in un contesto che possa beneficare la comunità sociale, sorgono tanti di quegli ostacoli da parte dei singoli organizzati in comunità che in Italia non è neppure immaginabile, aiutati certamente dalla vivacissima tendenza inglese al gossip, aggiungo: il chiacchiericcio inglese è un’arma a doppio taglio che però consente di sapere tutto (ed anche altro rispetto al tutto) in termini temporali di pochi minuti. Il che significa che se il vicino di casa inizia a costruire una piscina abusiva nel proprio cortile posteriore, la polizia locale a scopo di controllo ne viene informata in un tempo pari alla metà  della lunghezza di una telefonata alla propria madre quando si è in tutt’altre faccende affaccendati: nanosecondi.

In pratica: la storia del “ci scusi, sa, ma ci hanno detto che forse sarebbe venuta giù una valanga ma la telefonata era sospetta per cui noi non ci azzarderemmo mai ad intervenire per venire a curiosare” non esiste nemmeno nella mente del più scalcagnato vigile urbano di seconda classe. In UK prima vai dietro le sbarre, per prevenzione, e dopo controllano. Dopo anni trascorsi ad osservare posso tranquillamente dire che il motivo è la costruzione monarchica dello stato, senza ombra di dubbio. E spiegherò sia che cosa intendo con tale affermazione, sia che cosa comporta nella pratica. Anticipo soltanto che non sono monarchica, non amo la monarchia umana.

Il paesaggio: una domanda

Questo post inizia con una telefonata: Rigopiano, la prefettura: «Ci han detto che ci sono stati crolli…». L’amministratore dell’Hotel: «Ma, noooo… È tutto a posto »

Rigopiano, per quei pochi che non dovessero saperlo, era il sito di un albergo di lusso. Il pomeriggio di mercoledì 18 gennaio 2017, nemmeno un mese fa, è piombata una valanga su tale resort a quattro stelle presso Farindola in Abruzzo dove erano alloggiate  40 persone: 28 ospiti, dei quali 4 bimbi, e 12 dipendenti tra i quali il titolare Roberto Del Rosso e il senegalese Faye Dame.

Mi ha molto impressionato il tono della telefonata, il rapporto quasi di deferenza degli impiegati della Prefettura (non di un qualunque centralino asiatico, beninteso) verso l’amministratore della struttura, la paura di chiedere informazioni a proposito di una valanga che ha potenzialmente distrutto un palazzo con delle persone dentro. Il criminale sembrava risultare  la persona che aveva dato l’allarme.

Pare la situazione generale dell’Italia, a fronte di persone di buona volontà ci si scontra con persone dalla volontà deviata: occorre minimizzare, occorre nascondere altrimenti si ferma il ‘business’. Quando il business viene a scomparire, allora? Cosa andranno a nascondere?

L’Hotel in realtà aveva violentato il paesaggio. Non mi riferisco all’effetto estetico della costruzione inserita nel paesaggio locale, ma alla posizione in cui era stato eretto l’hotel, chiaramente esposta a pericoli del genere, imprevedibili ma immaginabili. Il fatto che sia caduta una valanga sul sito è la dimostrazione che la scelta era sbagliata, la costruzione non si doveva erigere in quel posto, inutile girarci tanto attorno.

Tante cose non dovevano essere fatte eppure sono state fatte. E non si possono nascondere. Utilizzando il satellite appaiono chiaramente agli occhi del primo che passa.

Mi sposto sulla regione sulla quale spendo maggior tempo, il Lazio, e mostro alcune immagini del territorio della Provincia di Frosinone. Quest’area un tempo era interamente agricola, oggi è ricoperta da aree industriali, molte volte dismesse, abitazioni e magazzini.

selvadeimuli

Il particolare raccoglie il territorio tra l’eliporto locale e la stazione ferroviaria, di poco fuori quadro.

frosinoneL’immagine successiva mostra il territorio del comune capoluogo; l’area prima nel dettaglio si può rintracciare grazie alla forma dell’eliporto, chiaramente distinguibile. Aree verdi ridotte ad una porzione minima. La seguente mostra la stessa area nel 1984.

frosinone-1984

La seguente nel 1994.

frosinone-1994

Il trauma subito dal territorio nei dieci anni tra le due immagini è incalcolabile, amplificato nei venti anni successivi, i risultati in termini di perdita di potenziale di ogni genere, dalla salubrità dell’aria a quella delle acque, e così via, non è nascondibile.

Al consumo di suolo si è accompagnato un piano di sviluppo che non ha “sviluppato” alcunché, ma sfruttato quanto esistente per non avere poi restituito neppure un terzo del suo potenziale per uno sviluppo. Non c’è stato un accrescimento delle risorse naturali ma soltanto il loro consumo. Non c’è stato in parallelo uno sviluppo industriale duraturo, e quindi si tratta di una perdita irreversibile compensata solo in minima parte da un temporaneo investimento economico i cui frutti non sono stati quelli sperati.

Siamo di fronte alla scomparsa di un qualsiasi ‘business’, avvenuta per sconsideratezza e non a causa di una valanga.

Ma nooo, è tutto a posto.

Allora vediamo: quale è stato l’approccio al paesaggio che tali immagini suggeriscono?

—segue—