L’Universo: “le zone di interesse archeologico” – 1

Punto primo: la legge Galasso non stabilisce che le aree sottoposte a vincolo non possano mai essere edificate, ma che per queste aree vige un regime di permessi molto più severi. Come sintetizza tale sito web: «La norma classifica come bellezze naturali soggette a vincolo tutta una serie di territori individuati in blocco e per categorie morfologiche senza la necessità di alcun ulteriore provvedimento formale da parte della pubblica amministrazione». Se vuoi costruire una baita a 1800 metri, lo sai già che non lo puoi fare se non tramite un sacco di passaggi da un ufficio all’altro, con architetti che ti possono prescrivere tutto il prescrivibile. Questo in teoria (vedi infatti voce “abusivismo”), ma sappiate che, se fosse per me, vieterei proprio tutto per legge perché stiamo per essere travolti dal cemento.

Punto secondo: come abbiamo visto dai documenti allegati ad ogni post, la legge Galasso 431/1985 raccoglieva i provvedimenti precedenti, elenchi e vincoli, e li riordinava in una lista che il codice accoglie e rende definitiva. Il problema che sorge ora riguarda le zone di interesse archeologico: che cosa sono? L’intera Italia è di interesse archeologico, che facciamo, mettiamo il vincolo dalle Alpi alle Piramidi e non ci pensiamo più? Io lo farei pure, ma non è praticabile.

5-la-necropoli-rupestre-di-vasteIl problema, per come sono riuscita a condensarlo, parte dalla definizione di sito archeologico e continua nell’organizzazione di una conoscenza archeologica del territorio che si possa rapportare a quanto precedentemente visto. La zona di interesse archeologico, che non è il singolo sito archeologico visibile ma lo contiene, o potrebbe contenerlo, deve rappresentare un’area tutelabile, quindi circoscrivibile, e con ciò da sottoporre a vincolo. Poiché – come scherzavo prima- l’Italia è interamente archeologica, esiste un lungo numero di vincoli apposti sulla base della legislazione del 1939 (quando sarà, parleremo delle aree di notevole interesse pubblico ex art 136 del Codice, qui un esempio di vincolo; per la procedura attuale ad esempio qui) che la legge Galasso prima e il codice dopo ovviamente recepiscono in pieno, ma esistono altre aree dove l’interesse archeologico deve sostanziarsi attraverso delle tappe.

Le zone archeologiche possono essere tutto (e niente), il che è voluto, perché così è possibile tutelare il territorio nella sua interezza conferendo alla PA la possibilità di intervenire in sede di pianificazione, fermo restando che per tali “zone di interesse archeologico” vada – secondo tappe precise (“provvedimenti ricognitivi”)- messa in atto una procedura che ne avvii la trasformazione in “siti paesaggistici” oltre che  “siti archeologici” tutelabili concretamente, allorchè perimetrabili e vincolabili.

Sono le “presenza archeologiche” che di primo impatto caratterizzano una zona di interesse archeologico, però attenzione, perché come  segnato nel link da Girolamo Sciullo, alla nota 21: «Nei primi tre casi l’elemento di relazione è costituito dal mare, dai laghi, dai fiumi e dai torrenti, nel quarto da “presenze di rilievo archeologico“, senza la necessità dell’avvenuto accertamento dell’interesse archeologico in via amministrativa o legale, cfr. Cons. Stato, VI, n. 951/1990, cit. punto 4, presenze che, in considerazione dell’ampia formula contenuta nella lett. m) è da pensare che possano essere situate anche nel sottosuolo».

Attenzione. Si nota bene che all’articolo 142 del codice non si sta parlando di vincolo archeologico ma di vincolo paesaggistico. Quali siano le differenze si possono leggere in questo sunto:

Cons. di Stato Sez. IV n. 399 del 2 febbraio 2016
Beni Ambientali. Rapporti tra vincolo paesaggistico e vincolo archeologico.
L’apposizione del vincolo paesistico non è in alcun modo subordinata, in base alla vigente normativa, alla preesistenza di un vincolo archeologico. Vincolo paesaggistico e vincolo archeologico sono, infatti, funzionali all’attuazione di un diverso tipo di tutela. Il vincolo archeologico è volto a realizzare la tutela dei beni riconosciuti di interesse archeologico, il vincolo paesistico la tutela del territorio che li conserva. La tutela paesaggistica delle zone di interesse archeologico ha carattere e contenuto diversi rispetto al puntuale vincolo archeologico. Il paesaggio archeologico non va confuso con il sito archeologico. Il paesaggio archeologico, infatti, non si propone di conservare il singolo reperto emergente o sotterraneo, ma di salvaguardare la forma del paesaggio che include il sito archeologico. Infatti, il paesaggio archeologico non si esaurisce nelle sole aree gravate direttamente da vincoli archeologici, estendendosi normalmente al di là della porzione di territorio direttamente interessata dalla presenza di reperti, in quanto include anche le aree circostanti che costituiscono il contesto ambientale in cui le aree si inseriscono connotando il relativo paesaggio. Pertanto, la circostanza che in una specifica porzione di territorio rientrante nella perimetrazione della zona archeologica non siano presenti reperti non determina l’esclusione della tutela paesaggistica della zona di interesse archeologico, posto che tale regime protettivo si estende ad abbracciare anche il contesto ambientale in cui i reperti si collocano e che riguarda reperti collocati in altre prossime porzioni territoriali. Di conseguenza l’accertamento dell’inesistenza di reperti, se vale ad escludere il vincolo ex lege di zona archeologica, non può far venir meno il vincolo autonomamente imposto dalla Regione in sede di adozione del P.T.P.R.

Terra terra: il vincolo archeologico riguarda il singolo muro di una terma romana, il vincolo paesaggistico tutela il paesaggio circostante.

Siccome però, come dicevo in principio, l’Italia è tutta una terra archeologica, già i vincoli archeologici devono essere legati ad una dimensione territoriale (ancora meglio: spaziale), ergo delimitati, affinché siano gestibili. Questo non significa che una volta apposti non possano mai essere ampliati, ma che ad un certo punto della ricerca si deve perimetrare un’area precisa che sia possibile mappare cioè rappresentare cartograficamente e tutelare direttamente. Stessa cosa per i vincoli paesaggistici. Ecco quindi che si rende necessario per le zone di interesse archeologico un procedimento di perimetrazione con chiare competenze amministrative. Per comprendere questo si può assaporare l’articolo a seguire. Il fatto che oggi la tutela del paesaggio è accorpata (in senso di ufficio della Soprintendenza ASAP) alla tutela archeologica dovrebbe semplificare le cose. 

Il vincolo archeologico secondo la legge Galasso, per chiudere, a questo punto che cosa è?

«In particolare, come vincoli ambientali e paesistici si intendono i vincoli posti a tutela dei valori paesaggistici ed ambientali del territorio; già di competenza delle Sovraintendenze ai monumenti, sono oggi di competenza della Regione; si concretano in limitazioni all’uso di una determinata area o di una costruzione per la cui trasformazione è necessario il nullaosta regionale, che ha validità quinquennale (entro tale termine i lavori devono essere completati) e può formarsi per silenzio-assenso (60 giorni) ai sensi della L. 94/1982.

Il vincolo di tutela ambientale può essere apposto mediante specifica procedura, disciplinata dalla L. 1497/1939, in relazione ai singoli beni, oppure in modo oggettivo per “categorie” di beni (la fascia compresa nei 300 m dalla riva del mare, i vulcani, i boschi e le foreste, le montagne al di sopra della quota di 1600 m ecc.) ai sensi della L. 431/1985.

A termini di quest’ultima legge (meglio nota come “legge Galasso”) le Regioni possono individuare i beni e le aree da includere nel piano paesistico o nel piano urbanistico-territoriale.

In ipotesi di abusi edilizi, la normativa appresta una tutela particolare (L. 47/1985).»

(da “Repertorio di Edilizia ed Urbanistica” de “Il Sole 24ore”, ripreso da qui)

Il ruolo della Regione lo si nota qui CAPO III (modalità di tutela delle aree tutelate per legge) art. 41 (protezione aree di interesse archeologico): «Sono qualificate zone di interesse archeologico quelle aree in cui siano presenti resti archeologici o paleontologici anche non emergenti che comunque costituiscano parte integrante del territorio e lo connotino come meritevole di tutela per la propria attitudine alla conservazione del contesto di giacenza del patrimonio archeologico».

Ecco quindi che si pongono in parallelo le zone di interesse archeologico e le aree archeologiche che includono uno o più siti archeologici. Nelle pieghe delle discussioni accademiche su che cosa sia oppure non sia un sito archeologico, altro grosso e connesso problema, si inseriscono i – che Dio li benedica – pareri dell’Ufficio Legislativo del Ministero dei Beni Culturali (documenti del 2011 n. 1 e n. 2), che mostrano esattamente come i due vincoli camminino in parallelo spesso intersecandosi e che ragionano però direttamente sulle “zone di interesse archeologico”. Non è necessario, si diceva, un vincolo archeologico per avere anche il vincolo paesaggistico su un’area, ma se in quell’area investita da indagine sussiste un bene archeologico questo non può essere soffocato nel suo contesto paesaggistico, che pertanto deve essere tutelato. Si intuisce inoltre che la considerazione di “zona di interesse archeologico” aiuta anche la progressiva individuazione, definizione, delimitazione e scoperta di un sito archeologico.

Ecco pertanto che ha senso la caterva di ricognizioni, di carte archeologiche, di sistemi GIS, di carte di vincoli, di etc etc etc che sono proliferate nel corso degli ultimi decenni, perché aiutano sia gli addetti ai lavori, sia i cittadini a battersi (anche per i propri interessi ma talvolta solo per quelli, che non sempre coincidono, come ad Orvieto, oppure a Veio).

Un esempio di sistema on line è quello della Regione Marche, ma sono veramente numerosi, si trovano facilmente. Tali sistemi sono molto utili per far rintracciare immediatamente anche un’area di notevole interesse pubblico che prenderemo in considerazione in seguito.

Con mia somma felicità, si confluisce ad un incrocio, dove divertono due strade parallele e talvolta incrociantesi: quella dell’archeologia preventiva da tempo in uso, quella della creazione dei parchi archeologici. Siccome sono masochista, allego un link al codice degli appalti, art. 25, ma il post è troppo lungo, per cui di archeologia preventiva si scriverà in seguito.

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